Premessa
Altra regione geografica della Penisola
Italiana è la Venezia Giulia (vedi cartina
1), che ne determina i limiti orientali. Il confine
politico in questa zona si discosta notevolmente da quello
naturale: è italiano il piccolo territorio transalpino
di Tarvisio, una volta di parlata tedesca (Tarvis); la
Repubblica, di contro, non comprende che una piccola porzione
della Venezia Giulia. Il confine infatti, anziché
seguire lo spartiacque principale delle Alpi, traccia
un percorso molto irregolare tagliando in due la città
di Gorizia ed escludendo dall'Italia: l'alta valle dell'Isonzo
e dei suoi affluenti, il Carso, l'Istria, le valli della
Piuca e di Circonio (l'appartenenza di queste valli al
territorio della Penisola è controverso), il Quarnaro
(con le isole Cherso, Lussino e Veglia) e la costa liburnica
con Fiume. Il confine orientale italiano tra le due guerre
mondiali includeva invece la quasi totalità della
Venezia Giulia e seguiva in massima parte lo spartiacque
naturale (vedi cartina 2); rimanevano
escluse dal Regno d'Italia: la conca di Circonio, la valle
dell'Eneo, la Liburnia da Fiume a Buccari e l'isola di
Veglia ed erano ricomprese piccole porzioni transalpine
nei pressi di Idria e del monte Nevoso.
Amministrativamente la regione Venezia
Giulia era allora suddivisa in quattro province: Trieste,
Gorizia,
Pola e Fiume.
Gli sloveni e i croati costituivano insieme la metà
circa della popolazione totale ed erano concentrati per
lo più nelle campagne e: nell'alta valle dell'Isonzo,
dell'Idria e del Vipacco (Tolmino, Caporetto, Idria, ecc.),
nella zona di Postumia Grotte, di Villa del Nevoso e di
San Pietro nel Carso, nella Liburnia e nell'Istria interna,
zone queste estese ma con bassa densità di popolazione.
La dussivisione tra sloveni e croati ricalca press'a poco
l'attuale confine di stato tra Slovenia e Croazia. Gli
italiani erano soprattutto nelle città e nei paesi
maggiori (Trieste, Gorizia, Fiume, Pola, Parenzo, Rovigno
d'Istria, Capodistria, Albona ecc.) e nell'Istria occidentale
e meridionale. La suddivisione tra italiani e slavi ricalcava
fino a Trieste l'odierno confine tra Italia e Slovenia,
mentre in Istria la situazione era molto più complessa,
tanto che era impossibile definire una linea di demarcazione
italiani - slavi. D'altra parte vi erano pochissime zone
della Venezia Giulia dove italiani o slavi erano totalmente
assenti. Le percentuali degli italiani a Pola e Fiume
erano dell' 80 % circa. Il carattere culturale predominante
di buona parte de regione è sempre stato italiano
e molti slavi - al contrario degli italiani - erano bilingui.
La pulizia etnica operata a partire dal
1943 da Tito e pagata col sangue di 20 mila italiani morti
tra foibe e campi di concentramento e la conseguente emigrazione
dei 350 mila italiani ha quasi completamente slavizzato
la Venezia Giulia, segnando così la morte di una
cultura che per secoli aveva caratterizzato la zona. Oggi
in Venezia Giulia si contano circa 30 mila italiani, che
sperano in future leggi che li proteggano adeguatamente.
Cenni storici della Venezia
Giulia: da Roma alla Seconda guerra mondiale
Il termine Venezia Giulia fu creato
nel 1863 dal dialettologo Isaia Graziadio Ascoli e designava
i territori orientali d’Italia dall’Isonzo-Natisone
alla cerchia delle Alpi e Prealpi Giulie che chiudono
a oriente l’Italia, comprendendo in essa tutta la
penisola istriana.
La storia dell’italianità
della Venezia Giulia ha origine con la sua conquista da
parte dei Romani nel II secolo a.C. I Romani fondarono
numerose città tra cui Tergeste (Trieste), Pietas
Julia (Pola), Tarsatica (Fiume) ecc. Nel 27 a.C. l’Italia
fu divisa in undici regioni e la Venezia Giulia venne
a far parte della “Decima Regio – Venetia
et Histria”, fino al fiume Arsa. La Dalmazia invece
divenne provincia senatoriale. La conquista di Istria
e Dalmazia era molto importante per Roma, in quanto veniva
creata una zona di sicurezza sul lato orientale d’Italia,
di cui queste regioni erano considerate parte integrante.
Il passaggio tra romanità e italianità
avvenne senza soluzione di continuità. Solo dopo
la caduta dell’Impero romano d’Occidente,
più precisamente a partire dal 600 d.C., vi fu
una prima penetrazione di slavi in Venezia Giulia In seguito,
una parte dell’Istria venne conquistata da Venezia,
che influenzò culturalmente e linguisticamente
la regione. Nel Trecento una grave epidemia sterminò
praticamente la popolazione dell’Istria e Venezia
fece trasferire nelle città mercanti e artigiani
della Carnia e della laguna veneta, mentre nelle campagne
favorì l’immissione di Slavi che fuggivano
all’interno della penisola balcanica di fronte alla
minaccia turca. Dopo la caduta di Venezia e la parentesi
napoleonica, con la Restaurazione il Lombardo-Veneto venne
assegnato all’Austria. Essa progettò e attuò
il potenziamento del porto di Trieste fino a farlo diventare
il più importante dell’Impero e mise a capo
un Governatore, in modo tale da capeggiare l’amministrazione
locale una classe fedele e adatta ai nuovi compiti che
si identificasse con la cultura tedesca. Ma il tentativo
di germanizzare la Venezia Giulia (che sotto l’Austria
si chiamava “Litorale”) non ebbero successo.
Nella seconda metà dell’Ottocento
si faceva sempre più strada in Europa l’idea
dello stato nazionale; questo rappresentava una serio
pericolo per il multietnico Impero Austro-ungarico. In
Venezia Giulia si svegliarono sia le coscienze italiane
che quelle slave, ma mentre gli italiani volevano unirsi
al neonato Regno d’Italia, tra gli slavi si fece
strada l’idea del “trialismo”, ossia
della suddivisione dell’Impero in tre regni: Austriaco,
Ungherese e Slavo, con una Slavia che si estendesse fino
all'Isonzo - Tagliamento.
Tra le due nazionalità venne a
cessare quella pacifica convivenza plurisecolare e si
accesero forti ostilità di carattere etnico: da
un lato l’italiano cittadino, artigiano o mercante,
laico e irredentista, dall’altro lo slavo contadino,
cattolico e filo-austriaco. Tale odio etnico divenne –
almeno da parte degli slavi, “aizzati” dal
governo austriaco che temeva la nascente potenza italiana
– sempre più profondo e generale. Le battaglie
sull’Isonzo durante la Prima Guerra Mondiale misero
in evidenza con quale ferocia gli slavi che occupavano
le file dell’esercito austriaco ammazzavano e commettevano
scempi sui cadaveri dei soldati italiani.
Col Trattato di Rapallo la Venezia Giulia
entrò a far parte dell’Italia, coronando
così il sogno degli italiani della regione. Nel
1924 anche Fiume – dopo lunghe trattative note come
la “Questione di Fiume”, la lodevole impresa
del D’Annunzio e non senza spargimento di sangue
– venne annessa all’Italia.
Molti hanno dibattuto sull’“erroneità”
di quel confine che dava all’Italia zone palesemente
slave. L'idea di uno stato nazionale ben si combacia col
fatto che i suoi limiti siano definiti da confini etnici.
Però questo spesso accade a scapito della geografia
e quindi dell'economia di una ben definita regione multietnica
(come ad esempio la Venezia Giulia). D'altro canto se
più etnie convivono pacificamente in una regione
e ognuna di essa viene rispettata non ha senso una frontiera
che le divida. Il confine del 1920 dunque era stato delineato
in base ad un principio geografico. Inoltre si ricorda
che, sebbene in netta minoranza, gli italiani erano presenti
un po’ dovunque in Venezia Giulia, non solo in Istria,
ma anche a Tolmino, Caporetto, Plezzo (più che
nei paesi dei circondari di Gorizia e Trieste), nonché
nelle remote Idria, Postumia Grotte e San Pietro del Carso.
Vi erano italiani anche al di là del vecchio confine,
principalmente a Veglia, ma anche - a piccoli nuclei -
nella fascia costiera che va da Susak a Novi e a Castua.
Si vedano a tal proposito le cartine 3
(il confine orientale d'italia 1924-1947) e 4
(la distribuzione delle etnie in Venezia Giulia).
Il fascismo ebbe una duplice politica
nella regione. Da un lato furono costruite molte opere
pubbliche: le strade statali, la bonifica dell’Arsa,
il potenziamento dell’industria, l’apertura
di scuole ecc. Dall'altra parte si cercò di favorire
la cultura italiana a scapito di quella slava e non mancarono
gli eccessi: l'incendio all'hotel Balkan di Trieste, centro
culturale sloveno e l'imposizione di parlare l'italiano
nei luoghi pubblici. E' pur vero che non fu affatto attuata
una politica sistematica di terrore o di pulizia etnica
(come invece farà Tito), piuttosto si cercava (anche
se bruscamente) di far assimilare agli slavi colà
residenti la lingua e la cultura italiana. Qualcuno parla
di esodo “di massa” degli slavi, ma confrontando
i dati del censimento del 1921
con quello segreto del 1936 esso
constava di poche migliaia di unità. Alcuni istituti
storici della Resistenza e della Deportazione sottolineano
il fatto che vennero sistematicamente italianizzati i
cognomi slavi, ma questa considerazione va di molto ridimensionata,
infatti vari esuli affermano che a loro era stata presentata
come opzione quella di cambiare il proprio cognome; si
ricorda anche che in passato gli austriaci avevano slavizzato
o tedeschizzato vari cognomi italiani (Rossi era diventato
Rossig ecc.). Gli istituti storici della Deportazione
riportano anche il fatto che venne proibita la messa in
sloveno, ma la questione riguardava solo l'omelia, in
quanto il Sacrificio della messa fino agli anni '60 veniva
celebrato col rito di S.Pio V in latino.
E' importante ribadire che la politica
del Regime fascista fu simile a quella effettuata da Belgrado
nei confronti degli Italiani in Dalmazia. Inoltre le opere
pubbliche di quegli anni (di cui molte a tutt’oggi
usate da Slovenia e Croazia) favorirono un miglioramento
delle condizioni sociali degli slavi stessi. L’irredentismo
slavo che in quel periodo conobbe crescente diffusione
non coinvolse tutta la popolazione, ma solo qualche gruppo
culturale.
Si giunse così alla seconda guerra
mondiale e agli anni più bui della Venezia Giulia.

Cenni storici della Venezia
Giulia: dalla Seconda guerra mondiale a oggi
Nel 1940 Mussolini entrò in guerra
sperando in una veloce vittoria dell’Asse e a una
spartizione tra Italia e Germania del bottino di guerra.
In quest’ottina nel 1941, in seguito alla dissoluzione
della Jugoslavia, l’Italia annettè la Slovenia
occidentale (creando l’autonoma provincia di Lubiana
detta anche “Slovenia italiana”) e la Dalmazia
(con le province di Zara, Spalato e Cattaro); fu ampliata
anche la provincia di Fiume, con Veglia, Buccari e i distretti
slavi di Cabar e Delnizza. Non furono invece annesse alcune
isole dalmatiche che avevano un passato italiano (ad esempio
la Brazza). Non mancarono gli eccidi, anche di civili;
va ricordata anche l'istituzione dei campi di concentramento
di Arbe e di Gonars (che non erano però campi di
sterminio). Tale situazione durò fino all’8
settembre 1943 quando l’esercito italiano si ritrovò
spiazzato e senza ordini. In questo periodo i partigiani
slavi governati dal maresciallo Tito e coadiuvati da gruppi
di comunisti italiani irruppero in Venezia Giulia. I titini,
col pretesto di liberare la Venezia Giulia dal fascismo,
attuarono il loro piano di slavizzazione della regione,
piano da attuare con ogni mezzo barbaro e sadico e per
mezzo di una pulizia etnica. Nell’ottobre del 1943
i tedeschi occuparono la Venezia Giulia e cacciarono via
le truppe titine; tale occupazione durerà fino
al 1945, ma non fu un’annessione: la moneta che
circolava era italiana, gli atti e i tribunali erano in
lingua italiana, si parlava tranquillamente in italiano,
non vi fu un capillare tentativo di germanizzazione da
parte dei tedeschi. Fu allora che si scoprì la
tremenda verità di quanto accaduto in un mese di
occupazione slava. Molti italiani erano stati barbaramente
trucidati e massacrati dalla furia slava solamente per
il fatto di essere tali. Nacque la dolorosa tragedia delle
foibe.
Il Carso, cioè quella parte della
Venezia Giulia interna che va da Gorizia a Fiume, è
caratterizzato da una particolare conformazione geologica
del territorio (detta appunto "carsica"), fatta
di grotte, anfratti, voragini e percorsi d'acqua sotterranei.
Tali voragini, che sprofondano per centinaia di metri
nelle viscere della terra spesso percorse dalle acque,
sono chiamate "foibe". In tutto il Carso ne
sono state contate circa 1700. Queste cavità sono
famose non solo per l’interesse scientifico, ma
anche e soprattutto per il fatto di essere diventate strumento
di martirio e orrida tomba per migliaia di infelici. I
cadaveri recuperati misero in agghiacciante evidenza la
crudeltà e la ferocia degli infoibatori: corpi
denudati e martoriati, mani legate col filo di ferro fino
a straziare le carni, colpi alla nuca, orecchie staccate,
testicoli in bocca, donne incinte sventrate, sevizie orrende
di ogni genere. Si ricorda il caso emblematico della studentessa
Norma Cossetto.
I tedeschi occuparono il Litorale fino
alla fine dell’aprile del 1945 (noto è il
campo di concentramento della Risiera di San Sabba in
funzione in questo periodo), quando le truppe titine liberarono
dai nazisti la Venezia Giulia E’ curioso notare
come Tito si preoccupasse prima di occupare Trieste e
in seguito Lubiana. Togliatti fece in modo che Tito potesse
precedere gli anglo-americani alla liberazione di quelle
zone. La guerra era finita, ma i seguaci di Tito con una
violenza ancora più inaudita di quella usata nel
1943 perseguitò gli italiani (fascisti e antifascisti)
e i suoi nemici politici. Trieste venne occupata per 40
giorni. Ecco quanto scrive sui tragici giorni dell'occupazione
jugoslava Diego De Castro, che fu rappresentante italiano
presso il Governo militare alleato a Trieste:
" (...) forse non è inutile
ricordare agli altri italiani quali furono gli orrori
dell'occupazione jugoslava di Trieste e dell'Istria: gli
spari del maggio 1945 contro un corteo di italiani inermi
con cinque morti e innumerevoli feriti, le razzie di miliardi
di allora nelle banche. nelle società, negli enti
pubblici. A tutti i nostri connazionali è ormai
nota la lugubre parola foiba e tutti sanno che cosa sono
i campi di concentramento."
A 9 chilometri da Trieste, sul ciglione
carsico, sorge il paesino di Basovizza. Nei pressi si
apriva il "Pozzo della miniera", oggi meglio
conosciuto come "Foiba di Basovizza", divenuta
simbolo di tutte le foibe del Carso e dell'Istria, e di
tutti i luoghi che hanno visto il martirio e la morte
atroce di italiani, sia per il numero delle vittime che
ha inghiottito, sia tragicità delle vicende connesse
a tali stragi.
Un documento allegato a un dossier sul
comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia
durante l'invasione, dossier presentato dalla delegazione
italiana alla conferenza di Parigi nel 1947, descrive
la tremenda via-crucis delle vittime destinate ad essere
precipitate nella voragine di Basovizza, dopo essere state
prelevate nelle case di Trieste, durante alcuni giorni
di un rigido coprifuoco:
"Lassù arrivavano gli autocarri
della morte con il loro carico di disgraziati. Questi,
con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti
fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l'orlo
dell'abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare
tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea
dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra
gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella
caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano
prima spogliate e seviziate."
Venne in seguito affrontato il problema
del confine, che tanto stava a cuore ai seguaci di Tito.
Nel 1947 furono proposte dalle diverse potenze vincitrici
quattro linee di frontiera: fu bocciata come eccessiva,
quella sovietica (sostenuta anche dal nostro Palmiro Togliatti)
che passava per Pontebba, Cividale del Friuli e la foce
dell'Isonzo e che includeva nella Jugoslavia tutti gli
slavi ma anche oltre seicentomila italiani; furono bocciate
anche le proposte statunitense e inglese che pure davano
alla Jugoslavia tutta la parte orientale e meridionale
della Venezia Giulia, ma che lasciavano però in
mano italiana tutta la costa occidentale dell'Istria,
da Muggia a Pola, piú Trieste, Gorizia e Monfalcone.
Fu approvata invece la punitiva proposta della Francia,
per la quale nel "Trattato di pace" di Parigi
del 10 febbraio 1947 fu ceduta alla Jugoslavia quasi tutta
la Venezia Giulia con l'Istria, Fiume e Zara, Gorizia
venne divisa a metà ed fu istituito il Territorio
Libero di Trieste (T.L.T.). In quello stesso
giorno a Pola venne ucciso dall'istriana Maria Pasquinelli
il generale inglese Robin De Winton, in quanto ritenuto
uno dei responsabili della cessione. Catturata, ella portava
con sé la seguente dichiarazione: "Seguendo
l'esempio dei 600.000 Caduti nella guerra di redenzione
1915-18, sensibile come Sauro all'appello di Oberdan,
cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia
di Giuliani infoibati dagli jugoslavi, dal settembre 1943
a tutt'oggi, solo perchè rei d'italianità,
a Pola irrorata dal sangue di Sauro, riconfermo l'indissolubilità
del vincolo che lega la Madre Patria alle italianissime
terre di Zara, di Fiume e della Venezia Giulia, eroici
nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta
la civiltà occidentale ....."
La decisione di dividere l'Istria dall'Italia,
ma anche lo stato di terrore che si era venuto a creare
ad opera dei partigiani slavi, determinarono l'esodo
di 350 mila italiani. Alcuni emigrarono all'estero, ma
molti preferirono essere esuli in Patria, andando ad abitare
a Trieste e nel resto dell'Italia. Pochissimi rimasero
nelle loro terre: la volontà di restare italiani
contagiò la maggior parte degli istriani.
L’esodo fu una reazione naturale
al violento tentativo di una cruenta snaturalizzazione
voluta dagli slavi. Le città si svuotarono: da
Fiume fuggirono 54 mila persone su 60 mila abitanti; da
Pola 32 mila su 34 mila; da Zara 20 mila su 21 mila; da
Capodistria 14 mila su 15 mila. Solo a Pola l’esodo
si svolse sotto la protezione inglese con navi italiane.
In tutti gli altri casi, i giuliani dovettero abbandonare
le case sotto il controllo dei partigiani slavi. La fuga
fu tentata con ogni mezzo possibile: vecchi piroscafi,
macchine sgangherate, carri agricoli, barche, a nuoto
o a piedi, e spesso finiva con una raffica di mitra, con
lo scoppio di una mina o sul filo spinato. Gli esuli arrivavano
alla meta stremati e feriti, mentre la stampa slava sghignazzava
“I fascisti scappano come ladri di galline”
e De Gasperi e Scelba, non comprendendo il dramma, parlavano
di una dispersione degli esuli in quanto “pericolosi
nazionalisti”.
Il sogno panslavista del maresciallo
Tito si era - almeno in parte - realizzato. Un sogno che
aveva determinato l'unico genocidio a scapito degli italiani.
Anche la parte nord della Venezia Giulia
passò in territorio slavo, compreso quella Caporetto
dove erano morte - a posteriori si può dire inutilmente
- 200 mila persone combattendo per l'italianità
di quelle terre.
Il T.L.T. fu diviso in due zone: la "zona
A" (da Duino a Muggia, con Trieste) restò
per qualche tempo sotto l'amministrazione angloamericana
e solo nel 1954 tornò all'Italia, mentre la "zona
B" (da Capodistria a Cittanova) cadde in mano jugoslava.
Il trattato di Osimo firmato il 10 novembre 1975 sancì
che la "zona A" e la "zona B" divenissero
parti integranti rispettivamente dell'Italia e della Jugoslavia.
Il trattato provocò manifestazioni di protesta
a Trieste e in altre parti d'Italia, ma in generale l’opinione
pubblica italiana si mostrò alquanto disinteressata
all’avvenimento. Fino agli anni novanta i taluni
affermavano o che gli infoibamenti furono effettuati dai
nazisti o machiavellicamente che esse erano “una
giusta reazione alle ingiustizie fasciste perpetrate a
danno degli slavi durante il ventennio”. Contestabile
nei confronti degli giuliani anche il bacio dato da Pertini
alla bandiera jugoslavia e gli onori ai funerali di Tito
nel 1980. Nel 1995 il ministro Dini affermò che
gli infoibati erano "morti di destra", eppure
allora furono uccisi fascisti e antifascisti, ricchi e
poveri, uomini e donne, con l'unica colpa di essere italiani.
Ancora oggi i libri di storia, la cinematografia, i documentari
troppo spesso omettono questa dolorosa pagina scritta
col sangue di diecimila - ventimila italiani, anche se
negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo. Per la prima
volta il 10 febbraio 2005 è stata ufficialmente
celebrata dall'Italia la "Giornata del ricordo",
in memoria dell'esodo e del genocidio. E' stata scelta
la data del 10 febbraio a ricordo del giorno in cui venne
firmato il trattato di Parigi.
I recenti censimenti in Istria e nel
Quarnaro hanno comunque riservato non poche sorprese:
gli italiani dichiarati sono circa 30 mila ma si conta
che quelli di lingua italiana siano di più. L'ex
regime di Tito negava diritti alle minoranze, Croazia
e Slovenia, per questioni internazionali, non lo possono
fare; il numero di italiani è in costante aumento
e alle porte della penisola "bussano" gli esuli
che chiedono la restituzione delle proprietà abbandonate
da più di mezzo secolo.
Si auspica che in futuro tutti gli italiani
conoscano l'unico genocidio perpetrato nei nostri confronti.
Che la Slovenia e la Croazia permettano agli esuli e ai
loro discendenti di riacquistare i beni persi tanto tempo
fa. Che sia rispettata la toponomastica italiana - accanto
a quella slava - dei luoghi che un tempo furono italiani,
sui carteli stradali, ma anche sulle guide dei tour operators
e degli istituti geografici. Che sia valorizzato il monumento
nazionale della Foiba di Basovizza, ad oggi poco nota
ed alquanto anonima, e vengano resi luoghi di commemorazione
altre foibe ora in territorio croato prima tra tutte quella
di Vines, il campo di concentramento dell'Isola Calva
e la rupe di Punta Amica da dove furono buttati in mare
tanti zaratini. Che vengano rese note le singole storie
dei molti martiri italiani che caddero eroicamente. Che
si preservi tutta la cultura autoctona italiana giuliano-dalmata,
dai dialetti locali alle tradizioni. Soprattutto che gli
italiani prendano coscienza che il genocidio giuliano-dalmata
è un dramma che riguarda non solo la popolazione
locale ma tutta l'Italia, senza distinzioni politiche
o di provenienza.

Le etnie nei distretti della
Venezia Giulia (1921)
| Città |
Italiani |
Sloveni |
Croati |
Tedeschi |
| Gorizia (GO) |
75% |
22% |
- |
- |
| Gradisca (GO) |
87% |
11% |
- |
- |
| Monfalcone (TS) |
96% |
2,6% |
- |
- |
| Sesana (TS) |
3% |
92% |
- |
- |
| Tolmino (GO) |
3,3% |
96% |
- |
- |
| Idria (GO) |
2,8% |
97% |
- |
- |
| Postumia G. (TS) |
2,6% |
97% |
- |
- |
| Tarvisio (UD) |
14% |
17% |
- |
64% |
| Trieste (TS) |
84% |
11% |
- |
- |
| Capodistria (PO) |
51% |
33% |
15% |
- |
| Lussino (PO) |
68% |
- |
15% |
- |
| Parenzo (PO) |
75% |
5% |
20% |
- |
| Pisino (PO) |
39% |
2,5% |
57% |
- |
| Pola (PO) |
71% |
- |
20% |
- |
| Abbazia (FM) |
19% |
34% |
43% |
- |
| Fiume (FM) |
79% |
3,4% |
10% |
- |

Le etnie nei distretti della
Venezia Giulia (1936)
| Città |
Italiani |
Sloveni |
Croati |
Tedeschi |
| Gorizia (GO) |
80% |
20% |
- |
- |
| Gradisca (GO) |
88% |
11% |
- |
- |
| Monfalcone (TS) |
98% |
2% |
- |
- |
| Sesana (TS) |
7,3% |
91% |
- |
- |
| Tolmino (GO) |
6% |
93% |
- |
- |
| Idria (GO) |
7% |
93% |
- |
- |
| Postumia G. (TS) |
10% |
89% |
- |
- |
| Tarvisio (UD) |
22% |
15% |
- |
n.p. |
| Trieste (TS) |
80% |
18% |
- |
- |
| Capodistria (PO) |
49% |
35% |
15% |
- |
| Lussino (PO) |
57% |
- |
42% |
- |
| Parenzo (PO) |
72% |
4% |
23% |
- |
| Pisino (PO) |
26% |
2% |
70% |
- |
| Pola (PO) |
66% |
- |
32% |
- |
| Abbazia (FM) |
16% |
30% |
46% |
- |
| Fiume (FM) |
80% |
3% |
16% |
- |
Il censimento ufficiale del 1921 mostra
la maggioranza numerica degli italiani in Venezia Giulia,
confermata dal censimento segreto del 1936 (sebbene fosse
in leggero declino in alcune zone). In tale tabella mancano
i dati relativi agli italiani dell’isola di Veglia
e alle presenze italiane dei paesi limitrofi a Fiume non
compresi nel Regno d’Italia dopo il 1924. Il dato
di Fiume riportato nel censimento del 1921 risale al 1925.

Elenco dei comuni della Venezia
Giulia
Ex provincia di Fiume (elenco
comuni italiani del 1940):
Abbazia (in croato: Opatija)
Castel Iablanizza (in slov.: Jablanica)
Castelnuovo d’Istria (in slov.: Podgrad; in ted.:
Neuhaus)
Clana (in croato: Klana)
Elsane (in slov.: Jelsane)
FIUME (in croato: RIJEKA; in slov.: REKA; in ungh.: FIUME;
in ted.: SANCKT VEIT AM FLAUM)
Fontana del Conte (in slov.: Kneac)
Laurana (in croato: Lovran; in ted.: Lauran)
Matteria (in slov.: Materija)
Mattuglie (in croato: Matulij)
Primano (in slov.: Prem)
Valsantamarina (in croato: Mošcenicka Draga)
Villa del Nevoso (in slov.: Illirska Bistrica)
Provincia di Gorizia (elenco comuni italiani
del 1940):
Aidussina (in slov.: Ajdovscina)
Bergogna (in slov.: Berginj)
Cal di Canale (in slov.: Kal nad Kanalom)
Canale d’Isonzo (in slov.: Kanal ob Soci; in ted.:
Kanalburg)
Caporetto (in slov.: Kobarid; in ted.: Karfreit)
Capriva del Friuli (in slov.: Kopriva)
Castel Dobra (in slov.: Dobrovo)
Cernizza Goriziana (in slov.: Crnice)
Chiapovano (in slov.: Cepovan)
Circhina (in slov.: Cerkno)
Comeno (in slov.: Komen)
Cormons (in slov.: Krmin)
Doberdò del Lago (in slov.: Doberdob– fino
al 1947 prov. di Trieste)
Dolegna del Collio (in slov.: Dolenje)
Farra d’Isonzo (in slov.: Fara)
Fogliano Redipuglia (fino al 1947 prov. di Trieste)
Gargaro (in slov.: Grgar)
GORIZIA (in slov.: GORICA; in ted.: GÖRZ)
Gracova Serravalle (in slov.: Grahovo ob Baci)
Gradisca d’Isonzo (in slov.: Gradisce; in ted.:
Gradiska)
Grado (in slov.: Grade - fino al 1947 prov. di Trieste)
Idria (in slov.: Idrija; in ted.: Idria)
Mariano del Friuli (in slov.: Marjan)
Medea (in ted.: Medeja)
Merna (in slov.: Miren)
Monfalcone (in slov.: Trzic; in ted.: Falkenerg - fino
al 1947 prov. di Trieste)
Montenero d’Idria (in slov.: Crni Vrh)
Montespino (in slov.: Dornberk; in ted.: Dornberg)
Moraro (in slov.: Morar)
Mossa (in slov.: Mosa)
Opacchiasella (in slov.: Opatje Selo)
Plezzo (in slov.: Bovec; in ted.: Flitsch)
Ranziano (in slov.: Rence)
Rifembergo (in slov.: Branik; in ted.: Reifenberg)
Romans d’Isonzo (in slov.: Roman na Soci)
Ronchi dei Legionari (in slov.: Ronke - fino al 1947 prov.
di Trieste)
Sagrado (in slov.: Zagraj - fino al 1947 prov. di Trieste)
Salona d’Isonzo (in slov.: Anhovo)
Sambasso (in slov.: Šempas)
San Canzian d’Isonzo (in slov.: Škocjan - fino
al 1947 prov. di Trieste)
San Daniele del Carso (in slov.: Štanjel)
San Floriano del Collio (in slov.: Steverjan)
San Lorenzo Isontino (in slov.: Sveti Lovrenc)
San Martino-Quisca (in slov.: Šmartno-Kojsko)
San Pier d’Isonzo (in slov.: Špetr ob Soci
- fino al 1947 prov. di Trieste)
San Vito di Vipacco (in slov.: Podnanos)
Santa Croce di Aidussina (in slov.: Vipavski Kriz)
Santa Lucia d’Isonzo (in slov.: Most na Soci)
Savogna d’Isonzo (in slov.: Sovodnje ob Soci)
Sonzia (in slov.: Soca)
Staranzano (in slov.: Starancan - fino al 1947 prov. di
Trieste)
Tarnova della Selva (in slov.: Trnovo)
Temenizza (in slov.: Temnica)
Tolmino (in slov.: Tolmin)
Turriaco (in slov.: Turiak - fino al 1947 prov. di Trieste)
Villesse (in slov.: Vileš)
Vipacco (in slov.: Vipava)
Zolla (in slov.: Col)
Ex provincia di Pola (elenco comuni italiani
del 1940):
Albona (in croato: Labin)
Antignana (in croato: Tinjan)
Arsia (in croato: Raša)
Barbana d'Istria (in croato: Barban)
Bogliuno (in croato: Boljun)
Brioni Maggiore (in croato: Veli Brijun)
Buie d'Istria (in croato: Buje)
Canfanaro (in croato: Kanfanar)
Capodistria (in slov.: Koper; in croato: Kopar)
Cherso (in croato: Cres)
Cittanova d'Istria (in croato: Novigrad)
Dignano d'Istria (in croato: Vodnjan)
Erpelle-Cosina (in croato: Hrpelje-Kozina)
Fianona (in croato: Plomin)
Gimino (in croato: minj)
Grisignana (in croato: Gronjan)
Isola d'Istria (in slov.: Izola)
Lanischie (in croato: Lanišce)
Lussingrande (in croato: Veli Lošini)
Lussinpiccolo (in croato: Mali Lošini)
Maresego (in slov.: Marezige)
Monte di Capodistria (in slov.: Šmarje)
Montona (in croato: Motovun)
Neresine (in croato: Nerezine)
Orsera (in croato: Vrsar)
Ossero (in croato: Osor)
Parenzo (in croato: Porec)
Pinguente (in croato: Buzet)
Pirano (in slov.: Piran)
Pisino (in croato: Pazin; in ted.: Mitterburg)
POLA (in croato: PULA; in slov.: PULJ; in istroveneto:
POLA; in istrioto: PUOLA)
Portole (in croato: Oprtalj)
Rovigno d'Istria (in croato: Rovinj)
Rozzo (in croato: Roc)
Sanvincenti (in croato: Svetvincenat)
Umago (in croato: Umag)
Valdarsa (in croato: Šušnjevica)
Valle d'Istria (in croato: Bale)
Verteneglio (in croato: Brtoniglia)
Villa Decani (in slov.: Dekani)
Visignano d'Istria (in croato: Višnjan)
Visinada (in croato: Viinada)
Provincia di Trieste (elenco
comuni italiani del 1940):
Bucuie (in slov.: Bukovje)
Cave Auremiane (in slov.: Vremski Britof)
Corgnale (in slov.: Lokev)
Cossana (in slov.: Košana)
Crenovizza (in slov.: Krenovice)
Divaccia Grotte del Timavo (in slov.: Divaca)
Duino-Aurisina (in slov.: Devin-Nabreina)
Duttogliano (in slov.: Dutovlje)
Monrupino (in slov.: Repentabor)
Muggia (in slov.: Milje)
Postumia Grotte (in slov.: Postojna; in Ted.: Adelsberg)
San Dorligo della Valle (in slov.: Dolina)
San Giacomo in colle (in slov.: Štijak)
San Michele di Postumia (in slov.: Šmihel)
San Pietro del Carso (in slov.: Pivka)
Senosecchia (in slov.: Senoece)
Sesana (in slov.: Seana)
Sgonico (in slov.: Zgonik)
Tomadio (in slov.: Tomaj)
TRIESTE (in slov.: TRST; in ted.: TRIEST)
Villa Slavina (in slov.: Slavina)
Altri paesi della Carniola Italiana
geograficamente italiani (politicamente appartenuti al
Regno d'Italia nel periodo 1941-43 e ricompresi nell'allora
provincia di Lubiana):
Begugne-Scilze (in slov.: Begunje-Selšcek)
Borgovecchio di Olisa (in slov.: Stari Trg)
Casarsca (in slov.: Kozarišce)
Circonio (in slov.: Cerknica)
Goltederscizza (in slov.: Hotedersica)
Isola sul Circonio (in slov.: Otok)
Longatico Inferiore (in slov.: Dolnij Logateg)
Oblosca (in slov.: Blošca Polica)
Olisa (in slov.: Lo)
Planina alla Grotta (in slov.: Planina)
Racche (in slov.: Rakek)
Altri paesi della Liburnia geograficamente italiani
(politicamente appartenuti al Regno d'Italia nel periodo
1941-43 e ricompresi nell'allora provincia di Fiume):
Buccari (in croato: Bakar)
Castua (in croato: Kastav - geograficamente dell'Istria)
Cirquenizza (in croato: Crikvenica)
Costrena-Santa Lucia (in croato: Kostrena-Sv. Lucija)
Crassizza (in croato: Krasica)
Feletto (in croato.: Praputnjak)
Fusine di Porta Liburnica (in croato: Fuine)
Gellegne (in croato: Jelenje)
Gressane (in croato: Griane Belgrad)
Grobnico (in croato: Grobnik)
Liccino (in croato: Lic)
Marceglia (in croato: Marcelj)
Marinici (in croato: Marinici)
Novi della Val di Vino (in croato: Novi Vinodolski)
Opicina della Val di Vino (in croato: Vinodolska Opcina)
Porto Re (in croato: Kraljevica)
Scrillievo (in croato: Skrljevo)
Selze (in croato: Selce)
Slobino (in croato: Zlobin)
San Vito in Val di Vino (in croato: Sveti Vid)
Sussa (in croato: Sušak)
Tomba della Liburnia (in croato: Draice)
Urata (in croato: Vrata)
Zaule di Liburnia (in croato: Cavle)
Paesi dell'isola di Veglia, geograficamente
italiani (politicamente appartenuti alla Repubblica di
Venezia e poi al Regno d'Italia nel periodo 1941-43 e
ricompresi nell'allora provincia di Fiume):
Besca Nuova-Pervicchio ( in croato: Beska; in ted.: Weschke)
Castelmuschio (in croato: Omisalj; in ted. Moschau)
Dobrigno (in croato: Dobrinj)
Gnivizze (in croato: Njivice)
Ponte di Veglia (in croato: Punat)
Sant'Antonio-Malinsca (in croato: Malinska-Dubašnica)
Veglia (in croato: Krk)
Verbenico (in croato: Vrbnik)
