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VENEZIA GIULIA - ISTRIA



Premessa

Altra regione geografica della Penisola Italiana è la Venezia Giulia (vedi cartina 1), che ne determina i limiti orientali. Il confine politico in questa zona si discosta notevolmente da quello naturale: è italiano il piccolo territorio transalpino di Tarvisio, una volta di parlata tedesca (Tarvis); la Repubblica, di contro, non comprende che una piccola porzione della Venezia Giulia. Il confine infatti, anziché seguire lo spartiacque principale delle Alpi, traccia un percorso molto irregolare tagliando in due la città di Gorizia ed escludendo dall'Italia: l'alta valle dell'Isonzo e dei suoi affluenti, il Carso, l'Istria, le valli della Piuca e di Circonio (l'appartenenza di queste valli al territorio della Penisola è controverso), il Quarnaro (con le isole Cherso, Lussino e Veglia) e la costa liburnica con Fiume. Il confine orientale italiano tra le due guerre mondiali includeva invece la quasi totalità della Venezia Giulia e seguiva in massima parte lo spartiacque naturale (vedi cartina 2); rimanevano escluse dal Regno d'Italia: la conca di Circonio, la valle dell'Eneo, la Liburnia da Fiume a Buccari e l'isola di Veglia ed erano ricomprese piccole porzioni transalpine nei pressi di Idria e del monte Nevoso.

Amministrativamente la regione Venezia Giulia era allora suddivisa in quattro province: Trieste, Gorizia, Pola e Fiume. Gli sloveni e i croati costituivano insieme la metà circa della popolazione totale ed erano concentrati per lo più nelle campagne e: nell'alta valle dell'Isonzo, dell'Idria e del Vipacco (Tolmino, Caporetto, Idria, ecc.), nella zona di Postumia Grotte, di Villa del Nevoso e di San Pietro nel Carso, nella Liburnia e nell'Istria interna, zone queste estese ma con bassa densità di popolazione. La dussivisione tra sloveni e croati ricalca press'a poco l'attuale confine di stato tra Slovenia e Croazia. Gli italiani erano soprattutto nelle città e nei paesi maggiori (Trieste, Gorizia, Fiume, Pola, Parenzo, Rovigno d'Istria, Capodistria, Albona ecc.) e nell'Istria occidentale e meridionale. La suddivisione tra italiani e slavi ricalcava fino a Trieste l'odierno confine tra Italia e Slovenia, mentre in Istria la situazione era molto più complessa, tanto che era impossibile definire una linea di demarcazione italiani - slavi. D'altra parte vi erano pochissime zone della Venezia Giulia dove italiani o slavi erano totalmente assenti. Le percentuali degli italiani a Pola e Fiume erano dell' 80 % circa. Il carattere culturale predominante di buona parte de regione è sempre stato italiano e molti slavi - al contrario degli italiani - erano bilingui. La pulizia etnica operata a partire dal 1943 da Tito e pagata col sangue di 20 mila italiani morti tra foibe e campi di concentramento e la conseguente emigrazione dei 350 mila italiani ha quasi completamente slavizzato la Venezia Giulia, segnando così la morte di una cultura che per secoli aveva caratterizzato la zona. Oggi in Venezia Giulia si contano circa 30 mila italiani, che sperano in future leggi che li proteggano adeguatamente.


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Cenni storici della Venezia Giulia: da Roma alla Seconda guerra mondiale

Il termine Venezia Giulia fu creato nel 1863 dal dialettologo Isaia Graziadio Ascoli e designava i territori orientali d’Italia dall’Isonzo-Natisone alla cerchia delle Alpi e Prealpi Giulie che chiudono a oriente l’Italia, comprendendo in essa tutta la penisola istriana.

La storia dell’italianità della Venezia Giulia ha origine con la sua conquista da parte dei Romani nel II secolo a.C. I Romani fondarono numerose città tra cui Tergeste (Trieste), Pietas Julia (Pola), Tarsatica (Fiume) ecc. Nel 27 a.C. l’Italia fu divisa in undici regioni e la Venezia Giulia venne a far parte della “Decima Regio – Venetia et Histria”, fino al fiume Arsa. La Dalmazia invece divenne provincia senatoriale. La conquista di Istria e Dalmazia era molto importante per Roma, in quanto veniva creata una zona di sicurezza sul lato orientale d’Italia, di cui queste regioni erano considerate parte integrante.

Il passaggio tra romanità e italianità avvenne senza soluzione di continuità. Solo dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, più precisamente a partire dal 600 d.C., vi fu una prima penetrazione di slavi in Venezia Giulia In seguito, una parte dell’Istria venne conquistata da Venezia, che influenzò culturalmente e linguisticamente la regione. Nel Trecento una grave epidemia sterminò praticamente la popolazione dell’Istria e Venezia fece trasferire nelle città mercanti e artigiani della Carnia e della laguna veneta, mentre nelle campagne favorì l’immissione di Slavi che fuggivano all’interno della penisola balcanica di fronte alla minaccia turca. Dopo la caduta di Venezia e la parentesi napoleonica, con la Restaurazione il Lombardo-Veneto venne assegnato all’Austria. Essa progettò e attuò il potenziamento del porto di Trieste fino a farlo diventare il più importante dell’Impero e mise a capo un Governatore, in modo tale da capeggiare l’amministrazione locale una classe fedele e adatta ai nuovi compiti che si identificasse con la cultura tedesca. Ma il tentativo di germanizzare la Venezia Giulia (che sotto l’Austria si chiamava “Litorale”) non ebbero successo.

Nella seconda metà dell’Ottocento si faceva sempre più strada in Europa l’idea dello stato nazionale; questo rappresentava una serio pericolo per il multietnico Impero Austro-ungarico. In Venezia Giulia si svegliarono sia le coscienze italiane che quelle slave, ma mentre gli italiani volevano unirsi al neonato Regno d’Italia, tra gli slavi si fece strada l’idea del “trialismo”, ossia della suddivisione dell’Impero in tre regni: Austriaco, Ungherese e Slavo, con una Slavia che si estendesse fino all'Isonzo - Tagliamento.

Tra le due nazionalità venne a cessare quella pacifica convivenza plurisecolare e si accesero forti ostilità di carattere etnico: da un lato l’italiano cittadino, artigiano o mercante, laico e irredentista, dall’altro lo slavo contadino, cattolico e filo-austriaco. Tale odio etnico divenne – almeno da parte degli slavi, “aizzati” dal governo austriaco che temeva la nascente potenza italiana – sempre più profondo e generale. Le battaglie sull’Isonzo durante la Prima Guerra Mondiale misero in evidenza con quale ferocia gli slavi che occupavano le file dell’esercito austriaco ammazzavano e commettevano scempi sui cadaveri dei soldati italiani.

Col Trattato di Rapallo la Venezia Giulia entrò a far parte dell’Italia, coronando così il sogno degli italiani della regione. Nel 1924 anche Fiume – dopo lunghe trattative note come la “Questione di Fiume”, la lodevole impresa del D’Annunzio e non senza spargimento di sangue – venne annessa all’Italia.

Molti hanno dibattuto sull’“erroneità” di quel confine che dava all’Italia zone palesemente slave. L'idea di uno stato nazionale ben si combacia col fatto che i suoi limiti siano definiti da confini etnici. Però questo spesso accade a scapito della geografia e quindi dell'economia di una ben definita regione multietnica (come ad esempio la Venezia Giulia). D'altro canto se più etnie convivono pacificamente in una regione e ognuna di essa viene rispettata non ha senso una frontiera che le divida. Il confine del 1920 dunque era stato delineato in base ad un principio geografico. Inoltre si ricorda che, sebbene in netta minoranza, gli italiani erano presenti un po’ dovunque in Venezia Giulia, non solo in Istria, ma anche a Tolmino, Caporetto, Plezzo (più che nei paesi dei circondari di Gorizia e Trieste), nonché nelle remote Idria, Postumia Grotte e San Pietro del Carso. Vi erano italiani anche al di là del vecchio confine, principalmente a Veglia, ma anche - a piccoli nuclei - nella fascia costiera che va da Susak a Novi e a Castua. Si vedano a tal proposito le cartine 3 (il confine orientale d'italia 1924-1947) e 4 (la distribuzione delle etnie in Venezia Giulia).

Il fascismo ebbe una duplice politica nella regione. Da un lato furono costruite molte opere pubbliche: le strade statali, la bonifica dell’Arsa, il potenziamento dell’industria, l’apertura di scuole ecc. Dall'altra parte si cercò di favorire la cultura italiana a scapito di quella slava e non mancarono gli eccessi: l'incendio all'hotel Balkan di Trieste, centro culturale sloveno e l'imposizione di parlare l'italiano nei luoghi pubblici. E' pur vero che non fu affatto attuata una politica sistematica di terrore o di pulizia etnica (come invece farà Tito), piuttosto si cercava (anche se bruscamente) di far assimilare agli slavi colà residenti la lingua e la cultura italiana. Qualcuno parla di esodo “di massa” degli slavi, ma confrontando i dati del censimento del 1921 con quello segreto del 1936 esso constava di poche migliaia di unità. Alcuni istituti storici della Resistenza e della Deportazione sottolineano il fatto che vennero sistematicamente italianizzati i cognomi slavi, ma questa considerazione va di molto ridimensionata, infatti vari esuli affermano che a loro era stata presentata come opzione quella di cambiare il proprio cognome; si ricorda anche che in passato gli austriaci avevano slavizzato o tedeschizzato vari cognomi italiani (Rossi era diventato Rossig ecc.). Gli istituti storici della Deportazione riportano anche il fatto che venne proibita la messa in sloveno, ma la questione riguardava solo l'omelia, in quanto il Sacrificio della messa fino agli anni '60 veniva celebrato col rito di S.Pio V in latino.

E' importante ribadire che la politica del Regime fascista fu simile a quella effettuata da Belgrado nei confronti degli Italiani in Dalmazia. Inoltre le opere pubbliche di quegli anni (di cui molte a tutt’oggi usate da Slovenia e Croazia) favorirono un miglioramento delle condizioni sociali degli slavi stessi. L’irredentismo slavo che in quel periodo conobbe crescente diffusione non coinvolse tutta la popolazione, ma solo qualche gruppo culturale.

Si giunse così alla seconda guerra mondiale e agli anni più bui della Venezia Giulia.

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Cenni storici della Venezia Giulia: dalla Seconda guerra mondiale a oggi

Nel 1940 Mussolini entrò in guerra sperando in una veloce vittoria dell’Asse e a una spartizione tra Italia e Germania del bottino di guerra. In quest’ottina nel 1941, in seguito alla dissoluzione della Jugoslavia, l’Italia annettè la Slovenia occidentale (creando l’autonoma provincia di Lubiana detta anche “Slovenia italiana”) e la Dalmazia (con le province di Zara, Spalato e Cattaro); fu ampliata anche la provincia di Fiume, con Veglia, Buccari e i distretti slavi di Cabar e Delnizza. Non furono invece annesse alcune isole dalmatiche che avevano un passato italiano (ad esempio la Brazza). Non mancarono gli eccidi, anche di civili; va ricordata anche l'istituzione dei campi di concentramento di Arbe e di Gonars (che non erano però campi di sterminio). Tale situazione durò fino all’8 settembre 1943 quando l’esercito italiano si ritrovò spiazzato e senza ordini. In questo periodo i partigiani slavi governati dal maresciallo Tito e coadiuvati da gruppi di comunisti italiani irruppero in Venezia Giulia. I titini, col pretesto di liberare la Venezia Giulia dal fascismo, attuarono il loro piano di slavizzazione della regione, piano da attuare con ogni mezzo barbaro e sadico e per mezzo di una pulizia etnica. Nell’ottobre del 1943 i tedeschi occuparono la Venezia Giulia e cacciarono via le truppe titine; tale occupazione durerà fino al 1945, ma non fu un’annessione: la moneta che circolava era italiana, gli atti e i tribunali erano in lingua italiana, si parlava tranquillamente in italiano, non vi fu un capillare tentativo di germanizzazione da parte dei tedeschi. Fu allora che si scoprì la tremenda verità di quanto accaduto in un mese di occupazione slava. Molti italiani erano stati barbaramente trucidati e massacrati dalla furia slava solamente per il fatto di essere tali. Nacque la dolorosa tragedia delle foibe.

Il Carso, cioè quella parte della Venezia Giulia interna che va da Gorizia a Fiume, è caratterizzato da una particolare conformazione geologica del territorio (detta appunto "carsica"), fatta di grotte, anfratti, voragini e percorsi d'acqua sotterranei. Tali voragini, che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra spesso percorse dalle acque, sono chiamate "foibe". In tutto il Carso ne sono state contate circa 1700. Queste cavità sono famose non solo per l’interesse scientifico, ma anche e soprattutto per il fatto di essere diventate strumento di martirio e orrida tomba per migliaia di infelici. I cadaveri recuperati misero in agghiacciante evidenza la crudeltà e la ferocia degli infoibatori: corpi denudati e martoriati, mani legate col filo di ferro fino a straziare le carni, colpi alla nuca, orecchie staccate, testicoli in bocca, donne incinte sventrate, sevizie orrende di ogni genere. Si ricorda il caso emblematico della studentessa Norma Cossetto.

I tedeschi occuparono il Litorale fino alla fine dell’aprile del 1945 (noto è il campo di concentramento della Risiera di San Sabba in funzione in questo periodo), quando le truppe titine liberarono dai nazisti la Venezia Giulia E’ curioso notare come Tito si preoccupasse prima di occupare Trieste e in seguito Lubiana. Togliatti fece in modo che Tito potesse precedere gli anglo-americani alla liberazione di quelle zone. La guerra era finita, ma i seguaci di Tito con una violenza ancora più inaudita di quella usata nel 1943 perseguitò gli italiani (fascisti e antifascisti) e i suoi nemici politici. Trieste venne occupata per 40 giorni. Ecco quanto scrive sui tragici giorni dell'occupazione jugoslava Diego De Castro, che fu rappresentante italiano presso il Governo militare alleato a Trieste:

" (...) forse non è inutile ricordare agli altri italiani quali furono gli orrori dell'occupazione jugoslava di Trieste e dell'Istria: gli spari del maggio 1945 contro un corteo di italiani inermi con cinque morti e innumerevoli feriti, le razzie di miliardi di allora nelle banche. nelle società, negli enti pubblici. A tutti i nostri connazionali è ormai nota la lugubre parola foiba e tutti sanno che cosa sono i campi di concentramento."

A 9 chilometri da Trieste, sul ciglione carsico, sorge il paesino di Basovizza. Nei pressi si apriva il "Pozzo della miniera", oggi meglio conosciuto come "Foiba di Basovizza", divenuta simbolo di tutte le foibe del Carso e dell'Istria, e di tutti i luoghi che hanno visto il martirio e la morte atroce di italiani, sia per il numero delle vittime che ha inghiottito, sia tragicità delle vicende connesse a tali stragi.

Un documento allegato a un dossier sul comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia durante l'invasione, dossier presentato dalla delegazione italiana alla conferenza di Parigi nel 1947, descrive la tremenda via-crucis delle vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza, dopo essere state prelevate nelle case di Trieste, durante alcuni giorni di un rigido coprifuoco:

"Lassù arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati. Questi, con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l'orlo dell'abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate."

Venne in seguito affrontato il problema del confine, che tanto stava a cuore ai seguaci di Tito. Nel 1947 furono proposte dalle diverse potenze vincitrici quattro linee di frontiera: fu bocciata come eccessiva, quella sovietica (sostenuta anche dal nostro Palmiro Togliatti) che passava per Pontebba, Cividale del Friuli e la foce dell'Isonzo e che includeva nella Jugoslavia tutti gli slavi ma anche oltre seicentomila italiani; furono bocciate anche le proposte statunitense e inglese che pure davano alla Jugoslavia tutta la parte orientale e meridionale della Venezia Giulia, ma che lasciavano però in mano italiana tutta la costa occidentale dell'Istria, da Muggia a Pola, piú Trieste, Gorizia e Monfalcone. Fu approvata invece la punitiva proposta della Francia, per la quale nel "Trattato di pace" di Parigi del 10 febbraio 1947 fu ceduta alla Jugoslavia quasi tutta la Venezia Giulia con l'Istria, Fiume e Zara, Gorizia venne divisa a metà ed fu istituito il Territorio Libero di Trieste (T.L.T.). In quello stesso giorno a Pola venne ucciso dall'istriana Maria Pasquinelli il generale inglese Robin De Winton, in quanto ritenuto uno dei responsabili della cessione. Catturata, ella portava con sé la seguente dichiarazione: "Seguendo l'esempio dei 600.000 Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibile come Sauro all'appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani infoibati dagli jugoslavi, dal settembre 1943 a tutt'oggi, solo perchè rei d'italianità, a Pola irrorata dal sangue di Sauro, riconfermo l'indissolubilità del vincolo che lega la Madre Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume e della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale ....."

La decisione di dividere l'Istria dall'Italia, ma anche lo stato di terrore che si era venuto a creare ad opera dei partigiani slavi, determinarono l'esodo di 350 mila italiani. Alcuni emigrarono all'estero, ma molti preferirono essere esuli in Patria, andando ad abitare a Trieste e nel resto dell'Italia. Pochissimi rimasero nelle loro terre: la volontà di restare italiani contagiò la maggior parte degli istriani.

L’esodo fu una reazione naturale al violento tentativo di una cruenta snaturalizzazione voluta dagli slavi. Le città si svuotarono: da Fiume fuggirono 54 mila persone su 60 mila abitanti; da Pola 32 mila su 34 mila; da Zara 20 mila su 21 mila; da Capodistria 14 mila su 15 mila. Solo a Pola l’esodo si svolse sotto la protezione inglese con navi italiane. In tutti gli altri casi, i giuliani dovettero abbandonare le case sotto il controllo dei partigiani slavi. La fuga fu tentata con ogni mezzo possibile: vecchi piroscafi, macchine sgangherate, carri agricoli, barche, a nuoto o a piedi, e spesso finiva con una raffica di mitra, con lo scoppio di una mina o sul filo spinato. Gli esuli arrivavano alla meta stremati e feriti, mentre la stampa slava sghignazzava “I fascisti scappano come ladri di galline” e De Gasperi e Scelba, non comprendendo il dramma, parlavano di una dispersione degli esuli in quanto “pericolosi nazionalisti”.

Il sogno panslavista del maresciallo Tito si era - almeno in parte - realizzato. Un sogno che aveva determinato l'unico genocidio a scapito degli italiani.

Anche la parte nord della Venezia Giulia passò in territorio slavo, compreso quella Caporetto dove erano morte - a posteriori si può dire inutilmente - 200 mila persone combattendo per l'italianità di quelle terre.

Il T.L.T. fu diviso in due zone: la "zona A" (da Duino a Muggia, con Trieste) restò per qualche tempo sotto l'amministrazione angloamericana e solo nel 1954 tornò all'Italia, mentre la "zona B" (da Capodistria a Cittanova) cadde in mano jugoslava. Il trattato di Osimo firmato il 10 novembre 1975 sancì che la "zona A" e la "zona B" divenissero parti integranti rispettivamente dell'Italia e della Jugoslavia. Il trattato provocò manifestazioni di protesta a Trieste e in altre parti d'Italia, ma in generale l’opinione pubblica italiana si mostrò alquanto disinteressata all’avvenimento. Fino agli anni novanta i taluni affermavano o che gli infoibamenti furono effettuati dai nazisti o machiavellicamente che esse erano “una giusta reazione alle ingiustizie fasciste perpetrate a danno degli slavi durante il ventennio”. Contestabile nei confronti degli giuliani anche il bacio dato da Pertini alla bandiera jugoslavia e gli onori ai funerali di Tito nel 1980. Nel 1995 il ministro Dini affermò che gli infoibati erano "morti di destra", eppure allora furono uccisi fascisti e antifascisti, ricchi e poveri, uomini e donne, con l'unica colpa di essere italiani. Ancora oggi i libri di storia, la cinematografia, i documentari troppo spesso omettono questa dolorosa pagina scritta col sangue di diecimila - ventimila italiani, anche se negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo. Per la prima volta il 10 febbraio 2005 è stata ufficialmente celebrata dall'Italia la "Giornata del ricordo", in memoria dell'esodo e del genocidio. E' stata scelta la data del 10 febbraio a ricordo del giorno in cui venne firmato il trattato di Parigi.

I recenti censimenti in Istria e nel Quarnaro hanno comunque riservato non poche sorprese: gli italiani dichiarati sono circa 30 mila ma si conta che quelli di lingua italiana siano di più. L'ex regime di Tito negava diritti alle minoranze, Croazia e Slovenia, per questioni internazionali, non lo possono fare; il numero di italiani è in costante aumento e alle porte della penisola "bussano" gli esuli che chiedono la restituzione delle proprietà abbandonate da più di mezzo secolo.

Si auspica che in futuro tutti gli italiani conoscano l'unico genocidio perpetrato nei nostri confronti. Che la Slovenia e la Croazia permettano agli esuli e ai loro discendenti di riacquistare i beni persi tanto tempo fa. Che sia rispettata la toponomastica italiana - accanto a quella slava - dei luoghi che un tempo furono italiani, sui carteli stradali, ma anche sulle guide dei tour operators e degli istituti geografici. Che sia valorizzato il monumento nazionale della Foiba di Basovizza, ad oggi poco nota ed alquanto anonima, e vengano resi luoghi di commemorazione altre foibe ora in territorio croato prima tra tutte quella di Vines, il campo di concentramento dell'Isola Calva e la rupe di Punta Amica da dove furono buttati in mare tanti zaratini. Che vengano rese note le singole storie dei molti martiri italiani che caddero eroicamente. Che si preservi tutta la cultura autoctona italiana giuliano-dalmata, dai dialetti locali alle tradizioni. Soprattutto che gli italiani prendano coscienza che il genocidio giuliano-dalmata è un dramma che riguarda non solo la popolazione locale ma tutta l'Italia, senza distinzioni politiche o di provenienza.

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Le etnie nei distretti della Venezia Giulia (1921)

Città
Italiani
Sloveni
Croati
Tedeschi
Gorizia (GO)
75%
22%
-
-
Gradisca (GO)
87%
11%
-
-
Monfalcone (TS)
96%
2,6%
-
-
Sesana (TS)
3%
92%
-
-
Tolmino (GO)
3,3%
96%
-
-
Idria (GO)
2,8%
97%
-
-
Postumia G. (TS)
2,6%
97%
-
-
Tarvisio (UD)
14%
17%
-
64%
Trieste (TS)
84%
11%
-
-
Capodistria (PO)
51%
33%
15%
-
Lussino (PO)
68%
-
15%
-
Parenzo (PO)
75%
5%
20%
-
Pisino (PO)
39%
2,5%
57%
-
Pola (PO)
71%
-
20%
-
Abbazia (FM)
19%
34%
43%
-
Fiume (FM)
79%
3,4%
10%
-

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Le etnie nei distretti della Venezia Giulia (1936)

Città
Italiani
Sloveni
Croati
Tedeschi
Gorizia (GO)
80%
20%
-
-
Gradisca (GO)
88%
11%
-
-
Monfalcone (TS)
98%
2%
-
-
Sesana (TS)
7,3%
91%
-
-
Tolmino (GO)
6%
93%
-
-
Idria (GO)
7%
93%
-
-
Postumia G. (TS)
10%
89%
-
-
Tarvisio (UD)
22%
15%
-
n.p.
Trieste (TS)
80%
18%
-
-
Capodistria (PO)
49%
35%
15%
-
Lussino (PO)
57%
-
42%
-
Parenzo (PO)
72%
4%
23%
-
Pisino (PO)
26%
2%
70%
-
Pola (PO)
66%
-
32%
-
Abbazia (FM)
16%
30%
46%
-
Fiume (FM)
80%
3%
16%
-

 

Il censimento ufficiale del 1921 mostra la maggioranza numerica degli italiani in Venezia Giulia, confermata dal censimento segreto del 1936 (sebbene fosse in leggero declino in alcune zone). In tale tabella mancano i dati relativi agli italiani dell’isola di Veglia e alle presenze italiane dei paesi limitrofi a Fiume non compresi nel Regno d’Italia dopo il 1924. Il dato di Fiume riportato nel censimento del 1921 risale al 1925.

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Elenco dei comuni della Venezia Giulia

Ex provincia di Fiume (elenco comuni italiani del 1940):
Abbazia (in croato: Opatija)
Castel Iablanizza (in slov.: Jablanica)
Castelnuovo d’Istria (in slov.: Podgrad; in ted.: Neuhaus)
Clana (in croato: Klana)
Elsane (in slov.: Jelsane)
FIUME (in croato: RIJEKA; in slov.: REKA; in ungh.: FIUME; in ted.: SANCKT VEIT AM FLAUM)
Fontana del Conte (in slov.: Knežac)
Laurana (in croato: Lovran; in ted.: Lauran)
Matteria (in slov.: Materija)
Mattuglie (in croato: Matulij)
Primano (in slov.: Prem)
Valsantamarina (in croato: Mošcenicka Draga)
Villa del Nevoso (in slov.: Illirska Bistrica)

Provincia di Gorizia (elenco comuni italiani del 1940):
Aidussina (in slov.: Ajdovscina)
Bergogna (in slov.: Berginj)
Cal di Canale (in slov.: Kal nad Kanalom)
Canale d’Isonzo (in slov.: Kanal ob Soci; in ted.: Kanalburg)
Caporetto (in slov.: Kobarid; in ted.: Karfreit)
Capriva del Friuli (in slov.: Kopriva)
Castel Dobra (in slov.: Dobrovo)
Cernizza Goriziana (in slov.: Crnice)
Chiapovano (in slov.: Cepovan)
Circhina (in slov.: Cerkno)
Comeno (in slov.: Komen)
Cormons (in slov.: Krmin)
Doberdò del Lago (in slov.: Doberdob– fino al 1947 prov. di Trieste)
Dolegna del Collio (in slov.: Dolenje)
Farra d’Isonzo (in slov.: Fara)
Fogliano Redipuglia (fino al 1947 prov. di Trieste)
Gargaro (in slov.: Grgar)
GORIZIA (in slov.: GORICA; in ted.: GÖRZ)
Gracova Serravalle (in slov.: Grahovo ob Baci)
Gradisca d’Isonzo (in slov.: Gradisce; in ted.: Gradiska)
Grado (in slov.: Gradež - fino al 1947 prov. di Trieste)
Idria (in slov.: Idrija; in ted.: Idria)
Mariano del Friuli (in slov.: Marjan)
Medea (in ted.: Medeja)
Merna (in slov.: Miren)
Monfalcone (in slov.: Trzic; in ted.: Falkenerg - fino al 1947 prov. di Trieste)
Montenero d’Idria (in slov.: Crni Vrh)
Montespino (in slov.: Dornberk; in ted.: Dornberg)
Moraro (in slov.: Morar)
Mossa (in slov.: Mosa)
Opacchiasella (in slov.: Opatje Selo)
Plezzo (in slov.: Bovec; in ted.: Flitsch)
Ranziano (in slov.: Rence)
Rifembergo (in slov.: Branik; in ted.: Reifenberg)
Romans d’Isonzo (in slov.: Romanž na Soci)
Ronchi dei Legionari (in slov.: Ronke - fino al 1947 prov. di Trieste)
Sagrado (in slov.: Zagraj - fino al 1947 prov. di Trieste)
Salona d’Isonzo (in slov.: Anhovo)
Sambasso (in slov.: Šempas)
San Canzian d’Isonzo (in slov.: Škocjan - fino al 1947 prov. di Trieste)
San Daniele del Carso (in slov.: Štanjel)
San Floriano del Collio (in slov.: Steverjan)
San Lorenzo Isontino (in slov.: Sveti Lovrenc)
San Martino-Quisca (in slov.: Šmartno-Kojsko)
San Pier d’Isonzo (in slov.: Špetr ob Soci - fino al 1947 prov. di Trieste)
San Vito di Vipacco (in slov.: Podnanos)
Santa Croce di Aidussina (in slov.: Vipavski Kriz)
Santa Lucia d’Isonzo (in slov.: Most na Soci)
Savogna d’Isonzo (in slov.: Sovodnje ob Soci)
Sonzia (in slov.: Soca)
Staranzano (in slov.: Starancan - fino al 1947 prov. di Trieste)
Tarnova della Selva (in slov.: Trnovo)
Temenizza (in slov.: Temnica)
Tolmino (in slov.: Tolmin)
Turriaco (in slov.: Turiak - fino al 1947 prov. di Trieste)
Villesse (in slov.: Vileš)
Vipacco (in slov.: Vipava)
Zolla (in slov.: Col)

Ex provincia di Pola (elenco comuni italiani del 1940):
Albona (in croato: Labin)
Antignana (in croato: Tinjan)
Arsia (in croato: Raša)
Barbana d'Istria (in croato: Barban)
Bogliuno (in croato: Boljun)
Brioni Maggiore (in croato: Veli Brijun)
Buie d'Istria (in croato: Buje)
Canfanaro (in croato: Kanfanar)
Capodistria (in slov.: Koper; in croato: Kopar)
Cherso (in croato: Cres)
Cittanova d'Istria (in croato: Novigrad)
Dignano d'Istria (in croato: Vodnjan)
Erpelle-Cosina (in croato: Hrpelje-Kozina)
Fianona (in croato: Plomin)
Gimino (in croato: Žminj)
Grisignana (in croato: Grožnjan)
Isola d'Istria (in slov.: Izola)
Lanischie (in croato: Lanišce)
Lussingrande (in croato: Veli Lošini)
Lussinpiccolo (in croato: Mali Lošini)
Maresego (in slov.: Marezige)
Monte di Capodistria (in slov.: Šmarje)
Montona (in croato: Motovun)
Neresine (in croato: Nerezine)
Orsera (in croato: Vrsar)
Ossero (in croato: Osor)
Parenzo (in croato: Porec)
Pinguente (in croato: Buzet)
Pirano (in slov.: Piran)
Pisino (in croato: Pazin; in ted.: Mitterburg)
POLA (in croato: PULA; in slov.: PULJ; in istroveneto: POLA; in istrioto: PUOLA)
Portole (in croato: Oprtalj)
Rovigno d'Istria (in croato: Rovinj)
Rozzo (in croato: Roc)
Sanvincenti (in croato: Svetvincenat)
Umago (in croato: Umag)
Valdarsa (in croato: Šušnjevica)
Valle d'Istria (in croato: Bale)
Verteneglio (in croato: Brtoniglia)
Villa Decani (in slov.: Dekani)
Visignano d'Istria (in croato: Višnjan)
Visinada (in croato: Vižinada)

Provincia di Trieste (elenco comuni italiani del 1940):
Bucuie (in slov.: Bukovje)
Cave Auremiane (in slov.: Vremski Britof)
Corgnale (in slov.: Lokev)
Cossana (in slov.: Košana)
Crenovizza (in slov.: Krenovice)
Divaccia Grotte del Timavo (in slov.: Divaca)
Duino-Aurisina (in slov.: Devin-Nabrežina)
Duttogliano (in slov.: Dutovlje)
Monrupino (in slov.: Repentabor)
Muggia (in slov.: Milje)
Postumia Grotte (in slov.: Postojna; in Ted.: Adelsberg)
San Dorligo della Valle (in slov.: Dolina)
San Giacomo in colle (in slov.: Štijak)
San Michele di Postumia (in slov.: Šmihel)
San Pietro del Carso (in slov.: Pivka)
Senosecchia (in slov.: Senožece)
Sesana (in slov.: Sežana)
Sgonico (in slov.: Zgonik)
Tomadio (in slov.: Tomaj)
TRIESTE (in slov.: TRST; in ted.: TRIEST)
Villa Slavina (in slov.: Slavina)

Altri paesi della Carniola Italiana geograficamente italiani (politicamente appartenuti al Regno d'Italia nel periodo 1941-43 e ricompresi nell'allora provincia di Lubiana):
Begugne-Scilze (in slov.: Begunje-Selšcek)
Borgovecchio di Olisa (in slov.: Stari Trg)
Casarsca (in slov.: Kozarišce)
Circonio (in slov.: Cerknica)
Goltederscizza (in slov.: Hotedersica)
Isola sul Circonio (in slov.: Otok)
Longatico Inferiore (in slov.: Dolnij Logateg)
Oblosca (in slov.: Blošca Polica)
Olisa (in slov.: Lož)
Planina alla Grotta (in slov.: Planina)
Racche (in slov.: Rakek)

Altri paesi della Liburnia geograficamente italiani (politicamente appartenuti al Regno d'Italia nel periodo 1941-43 e ricompresi nell'allora provincia di Fiume):
Buccari (in croato: Bakar)
Castua (in croato: Kastav - geograficamente dell'Istria)
Cirquenizza (in croato: Crikvenica)
Costrena-Santa Lucia (in croato: Kostrena-Sv. Lucija)
Crassizza (in croato: Krasica)
Feletto (in croato.: Praputnjak)
Fusine di Porta Liburnica (in croato: Fužine)
Gellegne (in croato: Jelenje)
Gressane (in croato: Grižane Belgrad)
Grobnico (in croato: Grobnik)
Liccino (in croato: Lic)
Marceglia (in croato: Marcelj)
Marinici (in croato: Marinici)
Novi della Val di Vino (in croato: Novi Vinodolski)
Opicina della Val di Vino (in croato: Vinodolska Opcina)
Porto Re (in croato: Kraljevica)
Scrillievo (in croato: Skrljevo)
Selze (in croato: Selce)
Slobino (in croato: Zlobin)
San Vito in Val di Vino (in croato: Sveti Vid)
Sussa (in croato: Sušak)
Tomba della Liburnia (in croato: Dražice)
Urata (in croato: Vrata)
Zaule di Liburnia (in croato: Cavle)

Paesi dell'isola di Veglia, geograficamente italiani (politicamente appartenuti alla Repubblica di Venezia e poi al Regno d'Italia nel periodo 1941-43 e ricompresi nell'allora provincia di Fiume):
Besca Nuova-Pervicchio ( in croato: Beska; in ted.: Weschke)
Castelmuschio (in croato: Omisalj; in ted. Moschau)
Dobrigno (in croato: Dobrinj)
Gnivizze (in croato: Njivice)
Ponte di Veglia (in croato: Punat)
Sant'Antonio-Malinsca (in croato: Malinska-Dubašnica)
Veglia (in croato: Krk)
Verbenico (in croato: Vrbnik)

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La Venezia Giulia

CARTINA 2
Confini naturali e politici della Venezia Giulia

CARTINA 3
Il confine orientale d'Italia 1924-1947

CARTINA 4
La distribuzione etnica in Venezia Giulia negli anni '20

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