E' la più vasta e la più
settentrionale isola dell'Adriatico, posta tra la costa
orientale dell'Istria e Cherso da un lato e la montuosa
costa dalmata dall'altro, e viene assegnata da alcuni
alla regione liburnica, da altri alla Dalmazia. La sua
superficie è di 404,5 kmq; la forma è approssimativamente
quella di un triangolo, nel quale si aprono alcune baie.
Il Canale della Morlacca la separa dal continente, al
quale si avvicina a meno di 1 km (Canale del
Maltempo). L'isola è collegata alla
terraferma tramite un ponte. A nord Veglia è maggiormente
piatta (monte San Giorgio m 328 s.l.m.), mentre
a sud qualche collina (monte Obzova, m 569, monte
Orliacco m 539) supera i 500 m. La costituzione geologica
è soprattutto di natura carsica, cosparsa di doline.
Il clima è mediterraneo, ma influenzato notevolmente
dalla bora.
La popolazione di Veglia vive nelle numerose
località costiere, alle quali la lunga dominazione
veneta (1480 – 1797) ha impresso tracce notevoli.
Essa, ora croata, fino alla seconda guerra mondiale era
a leggera maggioranza italiana. Il capoluogo è
Veglia; altre località
importanti sono Castelmuschio,
Cassione, Ponte
di Veglia, Dobrigno,
S.Antonio, Bescanuova
e Verbenico. L'isola, veneziana
fino al 1797, passò agli austriaci. L'italianità
dell'isola risiedeva soprattutto nel paese di Veglia:
il censimento austriaco del 1880 conteggiava 1541 italiani
su 1562 abitanti. Nel novembre 1918 venne occupata da
truppe italiane e l'indomani del trattato di Rapallo dai
legionari della Reggenza del Carnaro. Fu italiana fino
al 13 aprile 1921quando venne annessa alla Jugoslavia.
Dopo tale data, perse parzialmente il suo carattere d'italianità
in seguito all'esodo della componente italiana continuamente
soggetta a vessazioni da parte slava. Nel 1941, in seguito
alla dissoluzione dello stato jugoslavo, la provincia
di Fiume fu estesa territorialmente ricomprendendo Veglia,
la quale aveva sempre fatto capo al porto liburnico. Dopo
l'8 settembre 1943 fu occupata dai tedeschi fino alla
loro resa. Nel 1947 tornò alla Jugoslavia; la componente
italiana abbandonò completamente l'isola. Recentemente
è stata rifondata a Veglia paese la comunità
degli italiani.
Il dalmatico
Per “Dalmatico” s’intende
la lingua romanza derivata dal latino, per trasformazione
diretta e progressiva, parlata in Dalmazia e nelle isole
quarnerine fino alla fine dell’Ottocento. Esso è
dissimile dal dialetto veneto, parlato, con notevoli ma
non essenziali varietà, nelle isole e nelle città
della costa dalmata fino a tempi molto vicini ai nostri,
e ancora oggi tenacemente mantenuto nella conversazione
familiare degli esuli dalmati. Il Dalmatico è invece
non un dialetto ma una lingua neolatina; infatti esso
era parlato e scritto in Dalmazia come prosecuzione del
latino originano, fino alla progressiva penetrazione del
veneto di Venezia, che avvenne intorno al 1420 a Zara
e nel 1480 a Ragusa di Dalmazia.
Dall'esistenza del Dalmatico e della sua diversa persistenza
nei territori dalmata e istriano si hanno notizie sin
da tempi molto lontani e in tempi più o meno lontani
la sua vita si è spenta per motivi vari, tra i
quali in primo luogo la penetrazione e la definitiva sistemazione
del veneto e, localmente, della lingua croata.
Chi se n'è occupato più diffusamente e con
maggiore ricchezza d’informazione concreta tra la
fine dell'800 e il primo '900 è stato Matteo Bartoli,
nativo di Albona, che ne fece prima l’argomento
della sua tesi di laurea, intitolata “Nuovi contributi
allo studio del dialetto veglioto”.
Il Dalmatico era infatti ancora conosciuto a Veglia sino
alla fine del sec. XIX e proprio a Veglia il Bartoli poté
raccoglierne in quel tempo le ultime testimonianze, dalla
bocca dei pochi informatori rimasti ancora vivi, tra i
quali il campanaro del paese di Veglia Antonio Udina.
La variante vegliota del Dalmatico era chiamata appunto
“Veglioto”. Essa era l’ultima a sopravvivere
e cessò definitivamente di esistere alla morte
di Antonio Udina, avvenuta nel 1898.
Per fortuna il Bartoli conobbe l’Udina prima che
egli morisse e potè intervistarlo, dando ai posteri
preziosissime informazioni di quella lingua che altrimenti
si sarebbero perse. Si riporta qui di seguito la “Parabola
del figliol prodigo” in Dalmatico, così come
l’Udina la riferì al Bartoli:
...E el daic: Jon ciairt jomno
ci avaja doi feil,
e el plé pedlo de louro
daic a soa tuota: Tuota
duoteme la puarte de moi luc,
che me toca, e jul spartait
tra louro la sostuanza
e dapù pauch dai, mais toich
indajoi el feil ple pedlo andait a
la luorga, e luoc el dissipuat
toich el soo, viviand malamiant .
Muà el ju venait in se stiass,
daic:
quinci jomni de journata
Cn cuassa
da me tuota i ju bonduanza de
puan e cua ju muor de fum.
Di seguito la traduzione (di Aldo Duro): «Ed egli
disse: un certo uomo aveva due figli ed il più
piccolo di essi disse a suo padre (daic a soa tuota):
Padre, datemi la parte dei beni che mi tocca, ed egli
spartì tra loro la sostanza E dopo pochi giorni
(dapù pauch dai), messa insieme ogni cosa, el feil
ple pedlo andait a la luorga, il figlio più piccolo
andò lontano, e ivi (Luoc, che è l'ablativo
latino di locus, cioè «là»)
dissipò tutto il suo, vivendo malamente, ma quando
venne, cioè tornò in se stesso, disse: quanti
mercenari (jomni de joumata, uomini di giornata) in casa
di mio padre hanno abbondanza di pane e qui io muoio di
fame (ju muor de fum)».