Situata nella parte meridionale della
riviera dalmata, l'isola di Lèsina
è una delle più belle della Dalmazia. Allungata
per 68 km da est ad ovest fra Punta San Giorgio
e Capo Pellegrino, con la massima altezza di
626 m del Monte San Niccolò, essa è
per grandezza la quarta isola dell'Adriatico ed è
famosa per i vigneti, gli olivi e la lavanda. La parte
orientale dell'isola è poco articolata, mentre
quella occidentale è più larga e articolata,
con vari porti ed insenature, tra le quali la più
profonda è il vallone di Cittavecchia. Fra le località
dell'Adriatico presenta, dopo Valona, la minore variazione
termica annua; deve a quest'ottimo clima la qualifica
di "Madeira dell'Adriatico".
Lesina fu abitata nella preistoria, poi
occupata dai Greci, che la chiamarono Pharia
(presso Gelsa son avanzi di mura megalitiche). Nel suo
mare Dionigi di Siracusa sconfisse i pirati illirici.
Sotto Roma (fino al 476) e sotto Bisanzio (fino al 980)
fu floridissima. Appartenne ai narentini, poi alla Repubblica
di Venezia dal 1278 al 1358 e dal 1420 fino al 1797, mantenendo
sempre intatta la sua italianità. Si riporta un
passo della relazione presentata nel 1533 dal magistrato
Giambattista Giustiniani al Senato della Serenissima:
"I costumi (...) sono assai simili agli Italiani,
et di gran lunga più, che non sono quelli dell'altre
città di Dalmazia, perché oltre che molti
degli uomini et delle donne massimamente le nobili vestono
abiti italiani, gli uomini universalmente parlano lingua
franca (italiano, n.d.r.) speditamente, dimostrano
in sì bona civiltà, il che credo avenghi
dalla continua pratica di forestieri, li quali fanno scala
con i loro navilii con li quali navigano in levante et
in ponente; il perché quasi tutto il tempo dell'anno
vi fà scalo in questo luogo l'armata veneziana,
non v'è meraviglia, se praticandovi capitani, generali,
proveditori, capitani di colfo, sopracomiti et tanta nobiltà
Veneziana, soldati di diverse nazioni, che sono sopra
legalìe et altri, questa città sia fatta
civile."
In seguito alla caduta della Repubblica
di Venezia, Lesina passò all'Austria-Ungheria ed
ebbe un proprio capitanato, comprendente i distretti di
Lesina, Cittavecchia di Lesina e Lissa; da Lesina dipendevano
le vicine isole Spalmadori e Torcola, poco abitate. Dopo
il 1866 gli austriaci perseguirono una politica filo-croata
ed anti-italiana. Il Patto di Londra del 1915 la prevedeva
entro i confini dell'Italia ma il Trattato di Versailles
la assegnò alla Jugoslavia. Anche Lesina durante
la II guerra mondiale ha avuto i suoi martiri italiani
che sono morti sotto i colpi dei partigiani titini: si
ricorda Guido Rocchi Lusic,
di 68 anni, che venne prelevato dalla "Casa del Vecchio"
e portato, insieme a una bara, nel cimitero; con lui anche
la figlia Dora di 24 anni. In piena notte, abbracciati,
vennero fucilati mentre gridarono: "Viva l'Italia".
Nello stesso cimitero venne fucilato Fortunato
Marchi dopo di essersi scavato la fossa.
Ora Lesina appartiene alla Repubblica di Croazia.
Il capoluogo Lesina
(o Lesina di Dalmazia, per distinguerla
dall'omonima cittadina pugliese) è un borgo caratteristico
che ad ogni angolo mostra la sua venezianità: basti
vedere lo stile architettonico della cattedrale di
Santo Stefano e del suo campanile rinascimentale
eretto dal prelato Martino De Marinis, il mandracchio,
l'antica tesoreria che conserva parecchi dipinti di pregio,
il forte spagnolo che domina la cittadina, il
Palazzo Ducale, nonché la monumentale
Loggia veneziana cinquecentesca di Gian Girolamo
Sammicheli. I censimenti austriaci rilevavano le seguenti
presenze di italiani nel paese: 492 nel 1880 e 69 nel
1900, con un calo dello 86%; eppure non erano avvenuti
flussi migratori, carestie o altro. In realtà i
dati austriaci dal 1860 in poi non possono essere considerati
come veritieri. Lèsina è patria dello storico
Gian Francesco Biondi (1572-1644), del naturalista
Bucic e di Girolamo Machiedo, che lasciò
alla città una raccolta di medaglie, monete e oggetti
di archeologia. Altro borgo importante è Cittavecchia
di Lesina, la Pharia degli antichi,
posta in fondo al vallone omonimo sotto la punta Glavizza
che domina la vallata; è patria di Pietro Ettoreo
(1487-1572), che scrisse in latino, italiano e in serbo-croato
e dello storico Simeone Ljubic. Interessante
è la chiesa di Santo Stefano, risalente
al Trecento, con campanile veneziano; sulle fondamenta
di un edificio del VII secolo sorge la chiesa di Santa
Maria detta Gospoia, romanica del XII secolo,
ad una navata con abside e nicchie scavate nei muri laterali.
Cittavecchia di lesina era abitata fino alla fine dell'Ottocento
in gran maggioranza da italiani e e fu retta da amministrazione
italiana per secoli fino al 1887; i censimenti austriaci
in questo distretto rilevavano 2163 italiani nel 1880,
ma solo 150 nel 1890 e 169 nel 1900. Altri centri dell'isola
sono Gelsa, in bella posizione
in fondo ad un porticciolo ed ai piedi del monte Om
(603 m. s.l.m.), Verbosca, interessante
per la sua chiesa parrocchiale di San Lorenzo
che ha un Martirio di San Lorenzo attribuito a Tiziano,
un polittico con la vita di San Lorenzo e la Madonna in
gloria con i Santi attribuito al Veronese, Brusie
(chiesa di Sant'Antonio Abate con quadro centinato
del Zelotti) e San Giorgio della Lesina.
Non lontano da Lesina sono le isole
Spalmadori, che constano dell'isola
di San Clemente, la più grande, ma poco abitata
e coltivata, dalle coste molto accidentate, l'isolotto
Martellozzi, lo scoglio Carboni, l'isolotto
Trauna, lo scoglio Lingua, gli isolotti
Lingua e Bòrovaz, Stambedar,
a sud di San Clemente, lo scoglio Isolabuona,
il brullo isolotto Goizza, gli isolotti Forca
e Planicovaz, separati questi ultimi dal passo
detto valle Sdrilca, ad est di San Clemente e
finalmente l'isolotto Pocognidol, il più
orientale, con un faro.
Infine vi è l'isola di Torcola,
con pendii moderati, ma coste accidentate in quasi tutto
il perimetro. Sporge ad est con la punta Scirocco,
ad ovest con la punta Maestro e culmina in due
vette arrotondate; è rivestita di macchia. Ad ovest
di Torcola sono i due scogli Bacili, bianchi
e brulli, emergenti 5 e 6 metri.