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CITTA' E PAESI DELLA VENEZIA GIULIA
Gorizia (GO)



Gorizia

Città della Venezia Giulia, capoluogo della provincia omonima, Gorizia conta circa 39.000 abitanti. È situata a 84 m s.l.m., allo sbocco della valle dell'Isonzo nella pianura friulana, in un'ampia conca delimitata da rilievi prealpini, che furono teatro di aspri combattimenti nella I guerra mondiale, quali il Calvario, il Sabotino, il Monte Santo e il San Gabriele. L'abitato si stende ai piedi di un isolato rilievo calcareo, coronato dal castello medievale, ed è limitato ad ovest dalla sponda sinistra dell'Isonzo. Al nucleo originario, raccolto ai piedi del colle, si affiancarono progressivamente in età tardo-medievale e moderna alcuni nuclei periferici, ma l'espansione demografica ed edilizia fu piuttosto lenta, se ancora all'inizio del sec. XVIII la città contava appena 5000 abitanti. L'attuale sistemazione urbanistica risale in gran parte al secolo scorso: l'abitato si sviluppò rapidamente in ogni direzione fino alla fine della II guerra mondiale, allorché il tracciato del nuovo confine politico con la Jugoslavia, che separò dalla città i quartieri nord-orientali (oggi Nova Gorica/Nuova Gorizia), e le mutilazioni del territorio provinciale frenarono a lungo la sua espansione urbanistica, che riprese in seguito lentamente nell'area compresa tra il confine iugoslavo e il corso dell'Isonzo. A questo punto occorre notare che il tracciato del confine è stato ufficialmente stabilito nel 1975 con il trattato italo-iugoslavo di Osimo e tale è rimasto anche dopo la dichiarazione d'indipendenza della Slovenia dalla Jugoslavia, nel 1991. Il trattato di Osimo ha confermato il tracciato del nuovo confine stabilito dal Trattato di pace di Parigi e dal Memorandum d'Intesa di Londra, nonché ha previsto negli allegati economici una serie di misure atte ad agevolare l'economia di Trieste e di Gorizia, in fase di regresso. Infatti, benché la città si stia attrezzando come centro di confine (per i camion è stato allestito il grande autoporto di Sant'Andrea), è inevitabile che la sua posizione appartata rispetto alle maggiori direttrici di traffico, nella quale si è venuta a trovare dopo la II guerra mondiale, abbia compromesso irrimediabilmente la sua funzione, prima rilevante, di attivo centro commerciale dei prodotti agricoli di un vasto territorio. Anche l'industria è in crisi, e in particolare l'industria cotoniera, attività tradizionale goriziana, nonostante i programmi di sviluppo ne prevedano il potenziamento.

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Storia di Gorizia

Il nome di Gorizia compare per la prima volta in un diploma di Ottone III (1001), quando fu divisa tra il patriarcato di Aquileia e il duca del Friuli Guariento, si sviluppò soprattutto sotto i conti di Pusteria che ne tennero il dominio per quattro secoli sostenendo frequenti lotte col patriarcato di Aquileia, i comuni limitrofi e la stessa Venezia. La Contea di Gorizia comprendeva:

a) la contea di Pusteria, quella di Lurn e i possedimenti di Carinzia;

b) più vicino a Gorizia, sul Carso, diversi erano i possedimenti tra i quali Duino, Castelnuovo d’Istria, Primano. Il territorio goriziano non era compatto, ma era formato da piccoli possedimenti lungo il Vipacco e lungo l’Isonzo fino a Tolmino, le colline del Collio, e alcune località ai piedi delle colline tra le quali Cormons, Capriva, Jalmicco e i possedimenti in pianura, tra i quali Latisana, Muzzana, Pozzuolo;

c) i territori appartenenti alla contea dell'Istria con capitale Pisino.

Al momento della massima espansione la contea con Enrico II arriva fino a Padova e a Treviso. Le lingue principali erano l’italiano (parlato dalla maggioranza della popolazione dell'Istria, del medio e basso Isonzo oltre che talvolta usato nelle amministrazioni locali e nella toponomastica dell'alto Isonzo e della Carniola italiana), il tedesco (lingua per lo più usata nelle amministrazioni locali oltre che in Carinzia) e lo slavo (usato dalla popolazione rurale dell'alto Isonzo, di tutta la Carniola e della Carinzia). Estintasi la casata alla morte del conte Leonardo (1500), la città passò stabilmente in possesso degli Asburgo che dovettero però cederla per brevi periodi alle forze francesi nel 1797, nel 1805 e dal 1808 al 1813. Caduto Napoleone, ritornò agli Austriaci; nel corso della I guerra mondiale fu occupata dagli Italiani durante la VI battaglia dell'Isonzo (9 agosto 1916), perduta dopo Caporetto e quindi ripresa il 7 novembre 1918.

Nel 1927 venne costituita nella regione Venezia Giulia la provincia di Gorizia. Essa si estendeva dai paesi del Basso Isonzo (Gradisca, Sagrado – Monfalcone e Grado allora erano provincia di Trieste), comprendeva la Conca di Gorizia e le valli dell’Isonzo e dei suoi affluenti (Idria, Vipacco, Baccia – la cosiddetta “Carniola italiana”) fino al confine naturale delle Alpi (m. Tricorno). I centri abitati più importanti della provincia erano, oltre al capoluogo: Gradisca, Idria, Tolmino, Caporetto, Aidùssina, Canale d’Isonzo ecc. I paesi dell’Alto Isonzo e della Carniola italiana, pur possedendo nuclei italiani, erano a maggioranza slovena; la parlata slava è comunque ben diversa da quella transalpina del lubianese, inoltre i centri abitati della vecchia provincia di Gorizia facevano tutti capo all’italianissimo capoluogo invece che a Lubiana e alle altre città slovene.

Dopo l’8 settembre 1943 la città di Gorizia venne occupata dai tedeschi. Dopo la loro ritirata, il primo maggio 1945 gli sloveni entrarono nella città. Seguì un clima di terrore e la deportazione di oltre 1800 italiani, tra i quali alcuni dirigenti del Comitato di Liberazione Nazionale. Il 12 giugno il governo militare alleato prese possesso della città. Il 15 settembre 1947 gli angloamericani la consegnarono alle autorità italiane. Il Trattato di Pace di Parigi impose la cessione alla Jugoslavia di quasi tutta la provincia di Gorizia (esclusa la città), ossia 2494 kmq su 2724 e 129mila abitanti su 200mila. La provincia di Gorizia ha perduto così le risorse forestali, zootecniche ed idroelettriche della media ed alta valle dell’Isonzo, delle miniere di mercurio, di carbone e di silice ed una vasta zona agricola. Il nuovo confine, dopo aver tagliato case, aie e cimiteri (Merna), entra a Gorizia sottraendola del vecchio cimitero, del sanatorio della stazione di Monte Santo e delle sorgenti dei due acquedotti urbani.

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Il confine nel cuore

Recensione del documentario “Il mio confine” di Nadja Veluscek, tratta dalla mailing list "Histria"

«La gente del Carso, della periferia di Gorizia e del Collio accorreva incredula: tra le case e le vie, tra i campi e le vigne si stava insinuando un confine che in qualche posto passava persino attraverso una stalla o fra le tombe dei cimiteri. Linea simbolica ma inquietante tracciata anche fra le persone, divideva da un giorno all'altro il loro mondo in due parti, barriera e sfida allo stesso tempo. Era la mattina del 16 settembre 1947. All'area urbana del capoluogo faceva perdere un suo lembo orientale con la vecchia asburgica stazione transalpina. Qualche paesino rimaneva in sospeso per eventuali rettifiche all'ultimo momento che avrebbero potuto includerlo di qua o di là. Con una decisione salomonica l'apposita commissione interalleata aveva risposto così alla richiesta italiana di un confine a Nord di Gorizia lungo la riva orientale dell'Isonzo e alle rivendicazioni di Tito che dopo aver occupato temporaneamente sia Gorizia che Trieste continuava a reclamare diritti pure sulle valli del Natisone, la cosiddetta "Benecia slava", confortato in questo anche dal convinto sostegno di molti partigiani garibaldini. Un corteo di jeep e auto con gli ufficiali che componevano quella commissione, si sarebbe snodato nei giorni successivi negli abitati del Collio per sopralluoghi e verifiche. Comitati locali o gruppi spontanei avevano fatto esporre in quell'occasione la bandiera della stato cui preferivano appartenere. Ora qua ora là sventolava qualche bandiera jugoslava o qualche tricolore. Unica eccezione il paese di Brazzano, dove alcuni non semplici bontemponi avevano issato sul campanile della chiesetta di San Giorgio alla sommità del colle omonimo la bandiera rosso-bianco-rosso e su una casa della via principale addirittura uno stendardo giallo e nero che costringeva alcuni ufficiali a fermarsi per chiedere cosa mai volesse dire. L'opinione pubblica italiana del tempo non poteva avere una percezione dell'arbitrio di quel confine, tanto scarsa era la conoscenza della particolare identità della regione che da quel nuovo confine orientale veniva ulteriormente ferita mantenendo vive preclusioni, risentimenti e diffidenza. Il cinema italiano dedicò a quell'argomento un solo film girato fra Monrupino e Santa Croce sul Carso triestino, "Cuori senza frontiere" di Luigi Zampa del 1950, una pellicola che per la sua mediocrità passò inosservata. Imperniati sulla storia d'amore fra una Gina Lollobrigida alle prime armi e un irriconoscibile Raf Vallone, raccontava episodi di una comunità che si ritrovava con un confine fra le case, e che a ulteriore dimostrazione della totale misconoscenza delle realtà locali era composta da macchiette che, nonostante il neorealismo di quegli anni, a Kriz (Santa Croce) parlavano in dialetto veneto. In questo film un giovanissimo Tullio Kezich, che aveva tentato inutilmente di spiegare qualcosa di più sull'identità di quella popolazione, appariva nel ruolo di un soldato jugoslavo.

Per quasi mille anni della sua storia precedente il Goriziano non aveva mai conosciuto un confine. Nemmeno un confine naturale che ostacolasse fisicamente a tedeschi, slavi e italiani di incontrarsi. Anzi, la sua realtà geografica aveva favorito addirittura una normale convivenza sullo stesso territorio per secoli, come per una necessità dettata dalla confluenza della valle dell'Isonzo e di quella del Vipacco fra il Collio e il Carso di fronte allo stendersi della pianura friulana. Neanche all'Italia fascista era passata per la testa l'idea di dividere quella regione; ne italianizzò solamente ogni nome e toponimo. Più tardi anche per le mire annessionistiche di Tito ne andava salvaguardata l'unità, ovviamente però all'interno della Federazione Jugoslava. Sbrigativo arbitrio della giustizia interalleata, il nuovo confine da Punta Sottile a Tarvisio alla fine della seconda guerra mondiale nasceva comunque provvisorio, ma diventava poi per alcune generazioni reale e definitivo: prima una cortina di ferro sino agli anni dello strappo da Mosca, poi per decenni il tratto più aperto del confine che correva fra l'Europa occidentale e quella orientale, sia pure continuando ad essere presidiato di qua da una miriade di caserme e di bunker e di là oltre lo Judrio o aldilà della linea ideale che univa i piccoli picchetti bianchi fra l'erba, da graniciari appostati dietro ogni cespuglio del Carso o fra le vigne del Collio. Anche nei primi anni di pace quella linea di gesso attraverso i ronchi, i boschi, i prati e il folto ha avuto i suoi morti falciati da qualche mitraglietta jugoslava. Quel confine a ridosso di Gorizia faceva anche nascere subito Nova Gorica (Nuova Gorizia) che oggi è pertanto la più giovane città d'Europa.

"Patria è un qualcosa di più profondo del possesso, è un qualcosa di terra e di sottoterra, è una pianura seminata a largo, radici e spazi non hanno recinti e paletti bianchi, è un posto dolce di padri e avi e fratelli, anche sinistro per traditori che odiano e battagliano sul colore della pelle e sul suono delle parole; è un incrocio della storia, un trovarsi insieme..." sono, tradotte, parole di Celso Macor messe in versi nella sua parlata friulana di Versa in occasione dei quarant'anni di esistenza di quel "nuovo" confine di Gorizia. Macor è stato uno degli uomini di cultura del Goriziano che per primo e con grande coraggio denunciava nei suoi scritti la violenza che era stata fatta a Gorizia, quella violenza che aveva ulteriormente alimentato odio e risentimento "Terra di popoli. Gorizia antica, Gorizia nuova, amore e riparazione, una cordella di confine che non si vede e che trapassa la carne, una terra sradicata dalla ragione per cui è nata. Laggiù in fondo, dalle parti di Merna, si sono spartiti anche i morti del cimitero..."

Se Celso Macor è stato fra i primi già negli anni sessanta a contestare quel confine e quelle falsificazioni, di recente e con un linguaggio diverso e dall'angolazione slovena si è fatta sentire per raccontarne la storia, con voce fresca ma sapiente e smaliziata una coraggiosa regista e sceneggiatrice di videofilm, Nadja Veluscek, una delle anime del Kinoatelje di Gorizia. Per la sua stessa biografia la Veluscek incarna la realtà di quel confine.

Girato nel Goriziano, su entrambe le parti del confine e realizzato dal Kinoatelje in coproduzione con il Programma sloveno delle Sede Regionale Rai per il Friuli Venezia Giulia, il video-documentario "Moja meja" (Il mio confine), di recente presentato a Gorizia e successivamente a Topolò, raccoglie testimonianze di coloro che hanno vissuto la dura realtà della frontiera. Ma al documentario dà forma soprattutto il racconto della sceneggiatrice Nadja che ritorna ai ricordi dell'infanzia e alla storia delle propria famiglia sino al periodo del disgelo fra Italia e Jugoslavia.

"Sono nata con questo confine, oltre confine. Mia mamma era goriziana, mio padre della Valle dell'Isonzo. Il confine avrebbero voluto ignorarlo, ma questo invece si era chiuso divenendo impenetrabile. Da quel momento in poi la mia vita e la vita di tutti gli abitanti della "Primorska" andava a cozzare contro questa barriera invisibile, ma tuttavia inabbattibile, che attraversava non solo campi, strade, giardini, ma anche i sentimenti, i pensieri e le aspettative. Siamo diventati dipendenti e ossessionati dal confine con una sola aspirazione: come superarlo. Per i profughi che dal 1947 in poi fuggivano dallo stalinismo, il confine rappresentava la libertà, ma poteva essere anche la prigione o la morte. Quelli che avevano tracciato il confine e lo facevano presidiare, avevano le loro ragioni. Difendevano la storia così come si andava realizzando.

Per la mia generazione crescere sul confine significava invece avere coscienza che il tuo mondo non è unico, che esistono anche altri con cultura e storia diverse. Eravamo curiosi, volevamo sapere cosa ci fosse oltre, dove andasse a finire l'Isonzo. Perciò il confine non ci ha soltanto divisi ma anche uniti".

Con una serie di interviste a testimoni oculari di fatti significativi di quella tragica realtà di frontiera, Nadia Veluscek ha voluto dare voce soprattutto a quelli che sono nati quando quel mondo non era ancora diviso e le cui vite sono state segnate profondamente dal confine. Si tratta della generazione che non voleva accettarlo come un ostacolo insormontabile. Sono destini privati che insieme rappresentano la storia apparentemente minima eppure più vera di una popolazione. Delizioso l'episodio della regista che da bambina, durante una grande celebrazione del Primo Maggio in un cementificio sull'Isonzo, aveva recitato una poesia in pubblico con un grande cuore di carta appuntato sul petto. L'ultima strofa si concludeva con la domanda: "A chi lo do?", e per dividerlo in due la piccola lo aveva strappato rispondendo: "Metà lo do alla mamma e metà lo do a Tito!"

"Moja meja" è dedicato infine a tutti quelli che vivono di qua o di là di ogni confine doloroso, e soprattutto a quelle migliaia di persone che notte dopo notte cercano di attraversarlo con il desiderio insopprimibile di una vita migliore" tiene a sottolineare Nadja Veluscek che ha realizzato il video-documentario assieme alla figlia Anja Medved.

Fra pochi mesi dopo soli 56 anni di esistenza questo confine, scomparirà dissolvendosi come per incanto con l'ingresso della Slovenia nell'Unione europea, con la gioia di chi dopo averlo superato per una vita centinaia di volte facendo code e sottoponendosi a controlli, potrà finalmente leggere anche ai valichi italo-sloveni, come già successo qualche anno fa a Coccau nel caso dell'Austria, un cartello che invita a non fermarsi più nell'attraversare la frontiera. E così come negli ultimi tempi per i più giovani è diventato normale vivere con quel confine, un giorno, forse, le generazioni future si abitueranno a considerare normale il vivere senza confini / ohne Grenzen / brez mejà.»

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