Fiume è il maggior centro della
Liburnia, posto a circa metà strada tra l'estremità
orientale dell'Istria (Abbazia) e la baia di Buccari.
Appartiene alla Repubblica di Croazia e conta circa 167
mila abitanti, di cui seimila italiani. La città
è attraversata dal fiume Eneo
(detto anche Fiumara), che fino agli anni quaranta segnava
il confine italo-jugoslavo lasciando ad ovest il centro
della città e ad est il sobborgo di Sussak. La
città trae le proprie origini nell'antica Tarsatica
che si presume sia stata fondata nel 35 a.C. sotto Ottaviano
Augusto e distrutta nel corso delle invasioni barbariche
tra il VI e il VII secolo d.C. Rinasce nello stesso luogo
agli inizi del secondo millennio con il nome latino di
Flumen, tradotto dai croati in Reka, Rika
o Rijeka.
L'uso della lingua latina appare costantemente
nei documenti della pubblica amministrazione e così
nelle epoche successive l'uso della lingua italiana. Al
dialetto veneto nella parlata locale, sopratutto nel circondario
s'abbinava l'uso del dialetto ciakavo croato
(definito illirico) nel quale erano frequenti prestiti
e calchi linguistici di origine veneta. Fiume non fu mai
sottoposta a Venezia che la distrusse per ben due volte
dopo un breve dominio nel 1508; divenne in seguito "Corpus
Separatum" del Regno d'Ungheria nell'ambito
dell'Impero Asburgico per decreto di Maria Teresa d'Austria
nel 1779.
Nel 1905 si costituì la "Giovine
Fiume", un movimento studentesco d'ispirazione
irredentista favorevole all'Italia. Alla fine della I
Guerra Mondiale si pose il problema della nazionalità
di Fiume; il patto di Londra la assegnava alla Jugoslavia,
ma questo portò alla rivolta della popolazione
che era in maggioranza italiana. Il 15 ottobre 1918 il
deputato fiumano Andrea Ossoinack al Parlamento ungherese
dichiarò: "Ritengo mio dovere di protestare
qui alla camera, in faccia al mondo, contro chiunque volesse
assegnare Fiume ai croati, perchè Fiume non soltanto
non fu mai croata ma anzi fu italiana nel passato e tale
rimarrà nell'avvenire". Il 29 ottobre
gli ungheresi abbandonarono la città e tutto il
popolo si riversò invocando l'Italia. Il presidente
americano Wilson al congresso di Versailles propose la
spartizione dell'Istria lungo la linea Monte Maggiore
– Arsa (la “linea Wilson”) e la costituzione
di Fiume città libera, ma trovò la durissima
opposizione del Consiglio Nazionale (che, presieduto da
Antonio Grossich, aveva già proclamato: "Fiume
unita alla sua madrepatria Italia") che respingeva
qualsiasi altra soluzione diversa da quella dell'annessione
al Regno d'Italia.
Il 30 ottobre 1918 venne istituito, un
"Consiglio Nazionale Italiano" presieduto da
Antonio Grossich per reclamare l'annessione di Fiume all'Italia
contrapponendosi così a un "Consiglio Nazionale
Croato" che chiedeva l'annessione al neo costituito
Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (S.H.S.). Nel corso
delle trattative diplomatiche per il Trattato di Pace
prevalse la volontà del Presidente americano Wilson
orientato per una soluzione che creasse uno stato autonomo
fiumano. La protesta italiana si concretizzò nell'Impresa
di Gabriele d'Annunzio che nel 1919 occupò militarmente
la città dichiarandola annessa al Regno d'Italia.
Sconfessato dal Governo di Roma, resistette ad oltranza
creando "La Reggenza Italiana del Carnaro",
dotata di costituzione e di governo propri e comprendente
oltre alla città di Fiume le isole di Veglia e
di Arbe.
La questione di Fiume
Il trattato di Rapallo il 12 novembre
1920 assegnò all'Italia l'Istria, ma le toglieva
tutta la costa orientale adriatica (prevista dal Patto
di Londra) ad eccezione di Zara. Fiume veniva costituita
in stato libero ed indipendente. Il trattato nascondeva
delle clausole segrete, negoziate dal ministro Sforza,
che cedevano Porto Baross ed il delta dell'Eneo (Fiumara)
alla Jugoslavia. Il bacino era parte integrante del porto,
congiunto direttamente con la linea ferroviaria di Zagabria
e la sua cessione significava la rovina economica della
città, la cui principale risorsa era, appunto,
il commercio marittimo. Nonostante le proteste della città,
il trattato fu ratificato per la Jugoslavia dal reggente
Alessandro il 22 novembre, il 27 dalla Camera italiana
ed il 17 dicembre anche dal Senato. Il 28 novembre il
generale Caviglia ordinò al Comando di Fiume di
sgombrare immediatamente le isole di Veglia e di Arbe.
D'Annunzio protestò contro il trattato, di cui
non riconobbe la legalità, e chiese maggiori spiegazioni
su ciò che sarebbe stato di Porto Baross. La tensione
crebbe, inasprita dai numerosi rifiuti di D'Annunzio alle
intimidazioni del generale Caviglia. La Reggenza proclamò,
la notte del 21 dicembre 1920, lo stato di guerra. La
sera della vigilia di Natale le truppe regolari attaccarono
i legionari: in questo scontro, durato cinque giorni,
che viene ricordato come il “Natale
di sangue”, numerosi furono i morti,
anche tra i civili. D'Annunzio, per evitare ulteriori
bombardamenti, rassegnò le dimissioni mantenendo
solo il comando della legione di Ronchi, ed al Consiglio
non rimase che accettare le condizioni del trattato di
Rapallo. Fu così creato lo Stato Libero
di Fiume, che sorse con una propria Costituente
regolarmente eletta ed ebbe come presidente Riccardo Zanella.
Il 3 marzo 1922 legionari dannunziani
rimasti in città posero fine con un colpo di mano
allo Stato Libero e, dopo aspri dissidi interni, il 27
gennaio 1924 con il primo governo di Benito Mussolini
si stipulò con la Jugoslavia il Trattato di Roma,
con il quale veniva riconosciuta l'annessione della città
all'Italia. Il governatore Giardino il 16 marzo, alla
presenza della maestà del Re Vittorio Emanuele
III, proclamò solennemente a una folla immensa
lo storico avvenimento.
Fiume irredenta per la seconda
volta
Fiume sotto l'amministrazione italiana
divenne una città ricca: nel 1936 contava quasi
54mila abitanti (di cui l'80 % era composto da italiani)
e vantava numerose industrie, come i Cantieri Navali del
Quarnaro, il Silurificio "Whitehead", le Officine
Navali e le Fonderie "Matteo Skull".
Il 28 maggio 1941 l'amministrazione provinciale
di Fiume venne estesa a Sussak, a Castua, a Buccari, a
Cabar e alle isole di Veglia e Arbe. Durante la seconda
guerra mondiale la città subì vari bombardamenti;
dopo l'otto settembre 1943 fu occupata dai tedeschi. Il
3 maggio 1945 gli jugoslavi entrarono a Fiume e si resero
protagonisti di gravissime violenze nei confronti degli
italiani. Il terrore slavo, la pulizia etnica e l'assegnazione
della città alla Jugoslavia provocarono un esodo
di 58mila italiani su 66mila abitanti. Ai 6mila italiani
rimasti si sono aggiunti 160mila croati, bosniaci, sloveni,
serbi e macedoni. Fiume diventò il più importante
porto della Jugoslavia, ma aveva perduto la sua anima
italiana.
Nel 1991, dopo la dissoluzione della
Jugoslavia, ci fu a Fiume una manifestazione di italianità
e nel 1998 Zagabria negò il ripristino della bandiera
della città perchè usata da un'organizzazione
filo-italiana, il "Libero Comune di Fiume in esilio".