Buccari
Torna alla
pagina principale della Venezia Giulia
Buccari
Buccari è l'estremo paese appartenente all'Italia
geografica, situato sulla omonima baia che appunto segna
il confine geografico tra regione italiana e Dalmazia.
Buccari conta poche migliaia di anime; fino agli anni
quaranta era presente una piccola percentuale di italiani,
ora completamente estinta. Tale paese è noto
soprattutto per la Beffa di Buccari, una delle imprese
più famose compiute da Gabriele d'Annunzio durante
la Prima Guerra Mondiale.
Nel febbraio del 1918 trenta uomini
fra cui spiccavano, oltre al poeta stesso, anche Costanzo
Ciano (padre di Galeazzo) e Luigi Rizzo (l'affondatore
della Viribus Unitis e della Santo Stefano) fecero un'incursione
su tre motosiluranti nella rada austro-ungarica di Buccari.
Tutta l'operazione fu congegnata da D'Annunzio cui va
indubbiamente riconosciuto un notevole talento propagandistico.
Pensavano di trovare una corazzata ma non fu così.
Si limitarono a silurare un grosso piroscafo e si allontanarono
indisturbati senza danni e senza perdite. D'Annunzio
stesso lanciò in mare tre bottiglie sigillate
in cui era un messaggio agli Austriaci:
"In onta alla cautissima flotta
austriaca occupata a covare senza fine dentro porti
sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro
e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più
comodo rifugio i marinai d'Italia, che si ridono d'ogni
sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l'inosabile.
E un buon compagno, ben noto - il nemico capitale, fra
tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro
- è venuto con loro a beffarsi della taglia."
Per l'Italia, che stava riorganizzandosi
e stava rimediando al disastro di Caporetto, l'eco del
successo fu notevole e l'entusiasmo avrebbe raggiunto
il culmine qualche mese dopo con il Volo su Vienna.
Di quella lontana avventura resta un libriccino in sedicesimo
edito a tambur battente nel 1918 dai consueti editori
dannunziani, i Fratelli Treves, dal titolo: "La
Beffa di Buccari - con aggiunti La Canzone del Quarnaro,
Il catalogo dei Trenta di Buccari, Il Cartello Manoscritto
e Due Carte Marine".
La narrazione di D'Annunzio, insolitamente
stringata e partecipe, si fa leggere piacevolmente ed
è completata dalla strofe ritmiche e musicali
della Canzone del Quarnaro che, al tempo, ebbe immensa
fama e che qui viene riproposta assai volentieri.
Siamo trenta d'una sorte,
e trentuno con la morte.
EIA, l'ultima! Alalà!
Siamo trenta su tre gusci
su tre tavole di ponte:
secco fegato,cuor duro,
cuoia dure, dura fronte,
mani macchine armi pronte,
e la morte a paro a paro.
EIA, carne del Carnaro!
Alalà!
Con un'ostia tricolore
ognun s'è comunicato.
Come piaga incrudelita
coce il rosso nel costato,
ed il verde disperato
rinforzisce il fiele amaro.
EIA, sale del Quarnaro!
Alalà!
Tutti tornano, o nessuno.
Se non torna uno dei trenta
torna quella del trentuno,
quella che non ci spaventa,
con in pugno la sementa
da gittar nel solco avaro.
EIA, fondo del Quarnaro!
Alalà!
Quella torna, con in pugno
il buon seme della schiatta,
la fedel seminatrice,
dov'è merce la disfatta,
dove un Zanche la baratta
e la dà per un denaro.
EIA, pianto del Quarnaro!
Alalà!
Il profumo dell'Italia
è tra Unie e Promontore.
Da Lussin, da Val d'Augusto
vien l'odor di Roma al cuore.
Improvviso nasce un fiore
su dal bronzo e dall'acciaro.
EIA, patria del Quarnaro!
Alalà!
Ecco l'isole di sasso
che l'ulivo fa d'argento.
Ecco l'irte groppe, gli ossi
delle schiene, sottovento.
Dolce è ogni albero stento,
ogni sasso arido è caro.
EIA, patria del Quarnaro!
Alalà!
Il lentisco il lauro il mirto
fanno incenso alla Levrera.
Monta su per i valloni
la fumea di primavera,
copre tutta la costiera,
senza luna e senza faro.
EIA, patria del Quarnaro!
Alalà!
Dentro i covi degli Uscocchi
sta la bora e ci dà posa.
Abbiam Cherso per mezzana,
abbiam Veglia per isposa,
e la parentela ossosa
tutta a nozze di corsaro.
EIA, mirto del Quarnaro!
Alalà!
Festa grande. Albona rugge
ritta in piè su la collina.
Il ruggito della belva
scrolla tutta Farasina.
Contro sfida leonina
ecco ragghio di somaro.
EIA, guardie del Quarnaro!
Alalà!
Fiume fa le luminarie
nuziali. In tutto l'arco
della notte fuochi e stelle.
Sul suo scoglio erto è San Marco.
E da ostro segna il varco
alla prua che vede chiaro.
EIA, sbarre del Quarnaro!
Alalà!
Dove son gli impiccatori
degli eroi? Tra le lenzuola?
Dove sono i portuali
che millantano da Pola?
A covar la gloriola
cinquantenne entro il riparo?
EIA, chiocce del Quarnaro!
Alalà!
Dove sono gli ammiragli
d'arzanà? Su la ciambella?
Santabarbara è sapone,
e capestro ogni cordella
nella ex voto navicella
dedicata a San Nazaro.
EIA, schiuma del Quarnaro!
Alalà!
Da Lussin alla Merlera,
da Calluda ad Abazia,
per il largo e per il lungo
siam signori in signoria.
Padre Dante, e con la scia
facciam "tutto il loco varo".
EIA, mastro del Quarnaro!
Alalà!
Siamo trenta su tre gusci,
su tre tavole di ponte:
secco fegato, cuor duro,
cuoia dure, dura fronte,
mani macchine armi pronte,
e la morte a paro a paro.
EIA, carne del Carnaro!
Alala!
Galeazzo Ciano nel 1941 rivendicava
la borgata di Buccari, sulla cui piazza avrebbe fatto
costruire un monumento al padre. Il paese entrò
a far parte dell'Italia (provincia di Fiume) in seguito
alla dissoluzione del Regno di Jugoslavia, ma venne
da noi perso dopo l'8 settembre 1943.