Dalmazia
Nizzardo
Valle d'Aosta
Svizzera italiana
Alto Adige
Venezia Giulia
Isole Ionie
Malta
Corsica

Search this site
powered by FreeFind

 

 
 
 

 


 

CITTA' E PAESI DELLA DALMAZIA
Arbe - Pago - Selve - Ulbo - Premuda - Melada - Isto



Arbe

Arbe è l'isola più settentrionale tra le maggiori dell'arcipelago dalmatico. Essa si trova di fronte alla costa dalmata, da cui è separata dal Canale della Morlacca, mentre a sud-est la divide l'isola di Pago il canale omonimo. L'isola ha una forma allungata quasi a tridente nella parte settentrionale, con le punte Stoiàn, Sorini ed il Capo Fronte, che tre profonde insenature dividono: Val Loparo, Porto San Pietro e Val Campora. La parte meridionale, più allungata, con la dorsale di Monte Tignaro, ha addossato ad occidente l'affusolato scoglio di Dolina, da cui la divide lo stretto Canale di Barbato. Arbe è tra le isole più fertili della Dalmazia; mentre il versante orientale del Tignaro è brullo e deserto, quello occidentale, dove domina lo scirocco, conserva boschi di leccio e pino. Prossime all'isola di Arbe vi sono gli isolotti di Gregorio e l'Isola Calva, tristemente famosa per aver ospitato per anni un campo di concentramento titino.

La popolazione di Arbe si accentra nei paesi di Arbe, Bagnol, Barbato, Campora, Loparo, Mondaneo, San Pietro d'Arbe; fino alla prima metà del Novecento essa era mista di croati e italiani. In particolare nel paese di Arbe la popolazione era, a fine Ottocento, a schiacciante maggioranza italiana: il censimento austriaco del 1880 contava 567 italiani su 811 abitanti. Il paese di Arbe è un piccolo centro pulito e pittoresco, chiuso verso il mare da mura venete sopra le quali emergono i profili di numerosi campanili; la cittadina conserva ancora tutto il suo fascino medievale e veneziano, con le strette calli aprentisi sul Corso, e conta numerosi palazzi e logge di stile veneziano. Dopo la caduta della Repubblica di Venezia l'isola passò all'Austria. Tornò ad essere italiana solo in due parentesi: dopo l'impresa di Fiume di D'Annunzio e nel 1941, in seguito all'occupazione italiana. In quest'isola fu allestito un campo di prigionia che funzionò fino al 1943. La storiografia ha spesso gonfiato l'importanza di questo campo, definendolo persino campo di sterminio, ma gli italiani non si sono macchiati di così orribili reati. Ci preme invece ricordare - ed è per questo che dedicheremo un paragrafo a parte - il campo di concentramento dell'Isola Calva (detta in slavo Goli Otok), nel quale sono morti, sotto la crudeltà e la bestialità dei soldati titini, tantissimi italiani e oppositori al regime del maresciallo jugoslavo. L'esistenza di questo orrendo campo è nascosta alla quasi totalità degli italiani e per far conoscere una parte di storia nascosta, oltre che per ricordare, che ci soffermiamo a parlarne.

Indice pagina

 

L'Isola Calva (Goli Otok) e i campi di concentramento di Tito

Studiando i libri di storia, oppure guardando film o ascoltando canzoni, spesso viene raccontato l'orrore dei campi di concentramento nazisti, della miseria delle condizioni dei prigionieri, della crudeltà con cui spesso vengono uccisi. E' giusto che la condanna dell'opinione pubblica sia totale. E' invece altamente ingiusto, da parte di chi scrive i libri di storia, ricordare solo questi luoghi di orrore e dimenticarne - più o meno intenzionalmente - altri altrettanto atroci e bestiali. In particolare è offensivo, disonorevole e vergognoso nei confronti di chi ha sofferto, di chi ancora soffre in silenzio e dell'Italia tutta, dimenticare le tragedie sofferte dagli italiani solo perché tali, pur sapendo che se al posto degli sventurati ci fossero capitati tali presunti storici, avrebbero fatto la stessa identica fine.

I campi di concentramento titini più famosi, i cui nomi purtroppo non dicono niente a quasi nessuno, sono: Borovnica, Skofja Loka, Osseh, Stara Gradiska, Siska, e Goli Otok, l'Isola Calva, i cui internati erano spesso italiani, deportati dalla Venezia Giulia alla fine del secondo conflitto mondiale e negli anni successivi, a guerra finita, durante l'occupazione titina.

Nel 1948 la Jugoslavia di Tito nel 1948 si staccò dal Cominform, e molti stalinisti e antititoisti vennero catturati come prigionieri politici ed internati nei campi sopra citati. Di essi la maggior parte erano di nazionalità italiana, i quali ancora non erano scappati dalle terre cedute alla Jugoslavia. Le condizioni dei prigionieri erano orribili. Un rapporto recentemente recuperato datato 5 ottobre 1945 ne parla in una cinquantina di pagine, riportando inedite testimonianze e agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da referti medici e dichiarazioni dell'Ospedale della Croce Rossa di Udine, in cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco di prigionieri deceduti a Borovnica.

"Le condizioni fisiche degli ex internati", premette il rapporto, "costituiscono una prova evidente delle condizioni di vita nel campi Jugoslavi ove sono ancora rinchiusi numerosi italiani, molti dei quali possono rimproverarsi solamente di aver militato nelle fila dei partigiani di Tito in fraterna collaborazione con i loro odierni aguzzini..." Ai primi di maggio del '45, dopo la capitolazione tedesca, i partigiani di Tito controllavano l'intera Istria, giungendo a Trieste e Gorizia prima degli angloamericani. Erano giorni di terrore, segnati dalle foibe alle esecuzioni indiscriminate degli italiani, ma anche dell'altra terribile faccia della "pulizia etnica": le deportazioni. Migliaia gli italiani vennero internati nei campi di concentramento jugoslavi; di essi, solo poche centinaia fecero in seguito ritorno a casa, dopo aver subito terribili sofferenze. Il racconto di un prigioniero all'Isola Calva afferma che molti suoi compagni di martirio si suicidarono, oppure impazzirono, oppure uscirono dal gulag spiritualmente distrutti, senza una personalità. Alcuni che erano riusciti a sfuggire alla tentazione del suicidio o alla pazzia durante la deportazione sull'isola, si suicidarono dopo essere tornati a casa, o impazzirono. Coloro che uscirono dall'Isola Calva, nella maggioranza morirono nei primi dieci anni successivi all'uscita da quell'inferno.

Il vitto dei campi era pessimo e insufficiente, secondo la testimonianza del carabiniere Damiano Scocca, 24 anni, preso dai titini nel 1945 nella caserma del CLN di Trieste, e deportato a Borovnica, "e consisteva in due pasti giornalieri composti da due mestoli di acqua calda con poca verdura secca bollita... A Borovnica non si faceva economia di bastonate; durante il lavoro sul ponte ferroviario nelle vicinanze del campo chi non aveva la forza di continuare a lavorare vi veniva costretto con frustate ... ". " ... Durante tali lavori", secondo il finanziere Roberto Gribaldo, in servizio alla Legione di Trieste e "prelevato" il 2 maggio, "capitava sovente che qualche compagno in seguito alla grande debolezza cadesse a terra e allora si vedevano scene che ci facevano piangere. Il guardiano, invece di permettere al compagno caduto di riposarsi, gli somministrava ancora delle bastonate e tante volte di ritorno al campo gli faceva anche saltare quella specie di rancio".

Antonio Garbin, classe 1918, era stato soldato di sanità a Skilokastro (Grecia). L'8 settembre 1943 venne internato dal tedeschi; dopo due anni fu "liberato" dalle truppe jugoslave, ma si accorse subito di essere nuovamente prigioniero. "Eravamo circa in 250. Incolonnati e scortati da sentinelle armate che ci portarono a Lubiana dove, dicevano, una Commissione apposita avrebbe provveduto per il rimpatrio a mezzo ferrovia. Giunti a Lubiana ci avvertirono che la commissione si era spostata ... ". I prigionieri inseguirono la fantomatica commissione marciando di città in città fino a Belgrado.

"In 20 giorni circa avevamo coperto una distanza di circa 500 chilometri, sempre a piedi", racconta ancora Garbin ai Servizi speciali della Marina italiana. "La marcia fu dura, estenuante e per molti mortale. Durante tutto il periodo non ci fu mai distribuita alcuna razione di viveri. Ciascuno doveva provvedere per conto proprio, chiedendo un pezzo di pane al contadini che si incontravano... Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti, però, sono stati molti di più... Ci internarono nel campo di concentramento di Osseh (vicino Belgrado, N.d.R.), avevamo già raggiunto la cifra di 5 mila fra italiani, circa un migliaio, tedeschi, polacchi, croati ... ".

Nei campi di concentramento finirono anche i civili, come un certo Giacomo Ungaro, prelevato dai titini a Trieste il 10 maggio 1945 "Un certo Raso che attualmente trovasi al campo di Borovnica", secondo la dichiarazione di Ungaro, "per aver mandato fuori un biglietto è stato torturato per un'intera nottata., è stato poi costretto a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso; gli hanno bruciacchiato il viso e il petto così che aveva tutto il corpo bluastro. Sigari accesi ci venivano messi in bocca e ci costringevano ad ingoiarli". I deperimenti organici, la dissenteria, le infezioni dilagarono presto tra i prigionieri. Il soldato di sanità Alberto Guarnaschelli dichiarò nella sua deposizione: "Fui trasferito all'ospedale di Skofja Loka. Ero in gravissime condizioni, ma dovetti fare egualmente a piedi i tre chilometri che separano la stazione ferroviaria dall'ospedale. ...Eravamo 150, ammassati uno accanto all'altro, senza pagliericcio, senza coperte. Nella stanza ve ne potevano stare, con una certa comodità, 60 o 70.Dalla stanza non si poteva uscire neppure per fare i bisogni corporali. A tale scopo vi era un recipiente di cui tutti si dovevano servire. Eravamo affetti da diarrea, con porte e finestre chiuse. Ogni notte ne morivano due, tre, quattro. Ricordo che nella mia stanza in tre giorni ne morirono 25. Morivano e nessuno se ne accorgeva ... "."Non dimenticherò mai i maltrattamenti subiti", è la testimonianza del soldato Giuseppe Fino, 31 anni, deportato a Borovnica ai primi di giugno 1945, "le scudisciate attraverso le costole perché sfinito dalla debolezza non ce la facevo a lavorare. Ricorderò sempre con orrore le punizioni al palo e le grida di quei poveri disgraziati che dovevano stare un'ora e anche due legati e sospesi da terra; ricorderò sempre con raccapriccio le fucilazioni di molti prigionieri, per mancanze da nulla, fatte la mattina davanti a tutti..."."Le fucilazioni avvenivano anche per motivi futili ...", scrive il rapporto segreto riportando il racconto dei soldati Giancarlo Bozzarini ed Enrico Radrizzali, entrambi catturati a Trieste il 1° maggio 1945 e poi internati a Borovnica.

"La tortura al palo consisteva nell'essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un'altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore. Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro di ferro era entrato nelle carni fino all'osso causandogli un'infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente materia e quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skofja Loka. Ma ormai non c'era più niente da fare, nel braccio destro già pullulavano i vermi... Al campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero…."Nel lager di Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille fecero ritorno a casa. A questi ultimi i soldati di Tito imposero di firmare una dichiarazione attestante il "buon trattamento" ricevuto. "I prigionieri (liberati, N.d.R.) venivano diffidati a non parlare", racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato nell'agosto 1945, "e a non denunziare le guardie agli Alleati perché in tal caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per gli altri".

Per conoscere gli orrori di un campo di concentramento titino è opportuno riassumere i vari tipi di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti. La prima è la fucilazione decretata per la tentata fuga o per altri fatti ritenuti gravi da chi comanda il campo, il quale commina pena sommarie. Spesso il solo avvicinarsi al reticolato veniva considerato un tentativo d’evasione. L’esecuzione avveniva di solito al mattino, di fronte a tutti gli internati. C’è poi il "palo" che è un’asta verticale con una sbarra fissata in croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono così l’uso degli arti superiori per un lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo. Altrimenti per sempre. Altra pena è il "triangolo" che consiste in tre legni legati assieme al suolo a formare la figura geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto sull’attenti pungolato dalle guardie finché non sviene per lo sfinimento. Poi c’è la "fossa", una punizione forse meno violenta ma sempre terribile, che consiste in una stretta buca scavata nel terreno dell’esatta misura di un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza giornata, non ha la possibilità né di piegarsi né di fare alcun movimento.

I prigionieri dovevano essere "rieducati" al sistema e all'ideologia comunista; questo era secondo i titini il "fine ultimo" dei loro campi di concentramento. Questa "rieducazione" in realtà avveniva mediante perversi sistemi di violenza psicologica. In questo senso vennero ideate (e attuate) alcune punizioni peculiari dei campi di concentramento titini: lo "stroj" era un passaggio in mezzo ad altri prigionieri che a loro volta sputavano e picchiavano il malcapitato. Se non lo facevano erano percossi a loro volta. Alla fine del tunnel umano tutti ne uscivano massacrati di botte. Altro strumento di tortura era il "bojkot"; chi stava in quello stato non poteva parlare con nessuno e nessuno poteva rivolgergli la parola, a meno che non si trattasse di insulti. Più si insultava e si minacciava l'insultato, più si ricevevano dei premi. Inoltre egli doveva dormire per terra, aveva pochissimi minuti per mangiare, di notte veniva svegliato a calci, 4-5 volte; insomma, si trovava alla completa mercé dell'arbitrio di qualsiasi essere perverso per natura, o semplicemente attirato dalla prospettiva di riacquistare la libertà. Infine nei campi veniva osservata l'"ora politica", in cui venivano esaltati i meriti del comunismo e di Tito, e tutti dovevano denunciare di essere coscienti e pentiti per il loro "tradimento" alla Jugoslavia. Quindi le macchine della crudeltà, lavoravano (secondo lo scrittore Giacomo Scotti) per "redimere" le persone e per distruggere in loro ogni forza di volontà, ogni senso di umanità, ogni possibilità di ragionare con la propria testa. Se questo non avveniva, ma anche per motivi ben più futili - quando c'erano - allora si rendeva necessaria la morte.

Indice pagina

Pago

Una delle maggiori isole dell'arcipelago settentrionale dalmata (kmq 287). Di forma allungata, essa ha un perimetro molto articolato da estesi valloni, specie sul lato nordest, che si affaccia sul Canale della Morlacca, sotto i precipiti versanti continentali delle Alpi Bebie (monti Velebiti). Quest'isola è costituita da una duplice piega compressa di dolomia cretacica all'estremità settentrionale (che si innalza a m 199 s.l.m. col Monte Grasso) e di calcari a rudiste in quella meridionale (fino ai m 348 al Monte Vito), con sinclinali di arenarie eoceniche, ricoperte da sedimenti sabbiosi nei quali è scavato l'allungato vallone di Pago, a oriente, e di Polliana Vecchia a mezzogiorno.

Pago rappresenta la continuazione, in parte sommersa, del bassopiano costiero caratino, da cui è separata dai canali articolati di Polliana Nuova, di Ljurac e di Ljubac; mentre il profondo ma ristretto canale della Morlacca la separa dalla terraferma e dall'isola di Arbe.

Il clima è mediterraneo; ma d'inverno il lato orientale, sottoposto alla bora violentissima, ha temperature più basse che il lato riparato occidentale. Il terreno è quasi tutto arido; la scarsa vegetazione è di tipo mediterraneo a foglie sempreverdi, con olive e qualche zona ricoperta di macchia all'estremità settentrionale.

Già dell'Impero d'Oriente fino al secolo XI, poi veneziana fino all'aggregazione della Dalmazia all'Austria, dal 1919 quest'isola entrò a far parte della Jugoslavia. Pago, capoluogo dell'isola, sorse nel XV secolo al fondo meridionale del vallone omonimo, su uno stretto istmo che separa il vallone dalle saline interne, collegato per strada a Porto Cassione sulle coste occidentali dell'isola. E' città di tipo veneziano, dove sono notevoli la chiesa collegiale e il Palazzo del conte. All'estremità settentrionale sorge Novaglia, sulle altezze che dominano il vallone omonimo, dove era una stazione navale romana (Novalia) e dove rimangono le rovine di un campo militare e di un acquedotto. Altri paesi sono Collane, Dignisca, Punta Loni e Cassione. Fino agli inizi del Novecento erano presenti italiani nei vari centri dell'isola (785 italiani su 3527 abitanti nel paese di Pago nel 1880); l'Ascoli riporta che Pago era allora mistilingue.

Indice pagina

Puntadura

L'isola di Puntadura è situata a sud-ovest di Pago, ed è collegata alla terraferma tramite un ponte girevole. Ha una superficie di 22,3 kmq. Sulla cima del colle San Giorgio si vedono le rovine di un castelliere e le fondamenta di una chiesetta preromanica ad una navata.

Indice pagina

Selve

Isolotto dell'arcipelago dalmata settentrionale, situato a sud dell'isola di Lussino, poco sotto l'isola Asinello (San Pietro dei Nembi). Quest'isola vanta una lunga tradizione marinara. L'unico centro abitato è Selve. Fino agli anni trenta vi erano italiani nell'isola. Selve è frastagliata da numerose insenature scogliose che al fondo hanno stupende spiagge di sabbia o ghiaia. L'isola è caratterizzata da una stupenda bellezza naturale, una posizione geografica con un microclima mite, l'aria marina salubre, un mare di un azzurro cristallino, la natura intatta e specialmente da una vegetazione mediterranea rigogliosa. Il viaggiatore giungendo dal mare, distingue l'isola di Selve quando avvista una torre che i locali chiamano "torretta", sulla quale esistono leggende misteriose.

Indice pagina

Ulbo

Isolotto dell'arcipelago dalmata settentrionale, situato a sud-est dell'isola di Lussino e di Selve. Ha una superficie di 26 kmq ed è lunga quasi 9 km; a metà è ristretta dalla valle Slatinizza a est e dal porto di Ulbo ad ovest. L'isola è ricoperta di una rigogliosa vegetazione mediterranea. I suoi principali prodotti sono il vino, l'olio d'oliva e il formaggio. L'unico centro abitato è Ulbo, abitato fino a inizi del Novecento anche da italiani. Fra i monumenti è interessante una torre veneziana del XVII secolo. La chiesa parrocchiale è del 1632.

Indice pagina

Premuda

Isoletta dell'arcipelago dalmata settentrionale, situato a sud dell'isola di Lussino e ad ovest di Selve. L'unico centro abitato è Premuda. E' famosa, oltre per la sua bellezza naturale, per la battaglia, condotta dal generale Luigi Rizzo contro l'Austria-Ungheria durante la Prima Guerra Mondiale. Il 10 giugno 1918 Rizzo con il suo Mas ed un altro comandato dal GM Aonzo al largo dell'isola di Premuda attaccò una formazione austriaca forte di 7 navi da guerra, 12 sommergibili, 40 aeroplani e diverse torpediniere. Penetrando tra tutte queste unità Rizzo silurò la corazzata "Szent Istvan" dando il colpo di grazia alla marina asburgica e un grande contributo alla vittoria finale.

Indice pagina

Melada

Isoletta a formadi Y rovesciato, lunga 21 Km; tra le due branche della Y forma il vallone di Vergùglia, con varie insenature. Verso l'estremità nord-ovest culmina nel monte del Conte (m. 142 s.l.m.) mentre in quella sudorientale nel monte Guardia con i suoi 86 m. s.l.m. L'isola è tutta coperta di macchia e di boschi cedui. Si vuole però che il nome derivi dall'abbondanza di miele. Vi sono tre centri abitati: Melada, con approdo in località Luccina, Verguglia e Zapuntello, presso il porto omonimo, con poche case. Fra gli ultimi due paesi vi è una località detta la donna uccisa perché una donna di Melada, cattolica, venne qui uccisa dal marito, greco-ortodosso di Zapuntello, per essersi recata nel suo paese ad assistere alle funzioni del suo rito. E' consuetudine che ogni passante getti nel luogo un ramo, esclamando: "Dio ti abbia in gloria!".

Indice pagina

Isto

L'isola di Isto è quasi formata da due isole distinte (tale è l'apparenza da lontano), una a sud ovest, che si eleva fino a 163 m. s.l.m., l'altra a nord est, che culmina nel conico monte della Madonna (174 m.), sul quale vi è una bianca cappella della Madonna, visibile da lontano. Le due parti sono unite da uno stretto e piatto istmo, che ha a nord ovest la cosiddetta valle Maestrale e a sud est la valle Sciroccale, nella cui parte più interna giace il piccolo villaggio di Isto, con un molo, una darsena per le barche e una chiesa con campanile. Intorno il terreno, con mite pendio, è coltivato; il resto dell'isola è a macchia. Nel canale tra Isto e Melada un allargamento forma il porto Zapuntello. A sud ovest di Isto vi è un numeroso gruppo di scogli, secche e isolotti bianchi, il maggiore dei quali è Tramerca, in parte coperto da macchia.

Altre isole del Quarnarolo sono Sestrugno, Scarda, Maoni, ecc.

Indice pagina

 

                                            

 

© 2003 www.irredentismo.it TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Sito ottimizzato per una risoluzione di 1024x768. Browser consigliato: IE 6.0 o sup.


CARTINA DELL'ISOLA DI ARBE

VEDUTA DELL'ISOLA CALVA

PANORAMA DI PAGO (1)

PANORAMA DI PAGO (2)